Archive for December, 2005

Buon Anno e Forza Paris

Dec 31 2005 Published by Mario Sechi under Uncategorized

Il 2005 si sta spegnendo, piano piano, come una candela nella notte. Ne vediamo ancora il riverbero, ma è sempre più lontano, un puntino nell’universo.
L’ultimo giorno dell’anno è uno dei rari momenti per tirare il fiato e voltarsi indietro. E così scopro che una delle cose belle del 2005 è stata l’idea di pubblicare un mio blog.
E’ un piacere scrivere su questo foglio digitale ed è un’emozione ancor più grande incontrare ogni giorno tante persone intelligenti.
E’ a loro, a tutti i corsari che hanno incrociato le acque di questa isola sperduta della blogosfera, che dedico i miei auguri di Buon Anno.

Forza Paris.

Mario

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Draghi Governatore di Bankitalia

Dec 29 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Finalmente una buona notizia: Mario Draghi Governatore di Bankitalia. Certo, già sentiamo i moralisti dell’ultima ora dire che dovrà ricostruire la credibilità di Via Nazionale, ma noi pensiamo che abbia una missione ancor più alta e nobile: dare al sistema creditizio italiano un assetto in linea con le regole del libero mercato, impedire i letali intrecci tra banche e impresa, evitare che le banche scarichino sui risparmiatori i loro errori (do you remember Cirio and Parmalat?).
Non potrà fare tutto da solo, ci vorrebbe un governo non impegnato nel ciclo elettorale, un’opposizione seria e non alle prese con il gioco dell’Opa e delle plusvalenze, una classe dirigente e non solo digerente. Però… se Draghi comincerà quest’opera, il Paese reale gliene sarà grato.

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Russia-Cina/Il consigliere economico di Putin se ne va. E con la Cina…

Dec 28 2005 Published by Mario Sechi under Asia, Russia

E’ la Russia un Paese libero? Non l’abbiamo mai pensato e le dimissioni del consigliere economico di Vladimir Putin ce ne danno ulteriore conferma. Carlo Stagnaro fotografa bene la situazione e le ragioni dell’uscita di Andrei Illarionov dalla stanza dei bottoni del Cremlino. Quando un forte sostenitore delle politiche economiche liberali lascia sbattendo la porta e facendo intuire di non essere più libero non solo di agire ma perfino di parlare, è evidente che il riflesso del Kgb sta avendo il sopravvento sulla politica di Mosca.
Il presidente Putin non è mai stato un campione della libertà ed è stato in questo sopravvalutato prima dagli americani poi dall’Europa. Negli ultimi anni Washington ha cominciato a prendere le misure a Putin, lo guarda con ben più attenzione e le sue incursioni nel campo delle libertà costituzionali e la statalizzazione di interi comparti economici (in particolare quello dell’energia) sono il segnale che la rotta del Cremlino è cambiata.

L’amico Stagnaro da tempo sostiene che la Russia è un hotspot ben più critico della Cina, la nostra opinione in merito è che l’Orso Russo e l’Impero Celeste siano in futuro destinate a cooperare sul piano economico, militare e politico, fino a sfidare il gigante americano e minare la stabilità dell’area del Pacifico. La Cina, inoltre, è un divoratore di energia senza rivali e giocherà un ruolo fondamentale anche nello scacchiere Medio Orientale.
Le recenti operazioni militari – delle quali ci siamo occupati (1 e 2) – congiunte tra Cina e Russia sono il segnale più evidente dei futuri assetti geopolitici. Le spese militari della Cina, inoltre, sono da dodici anni in costante ascesa e la sciagurata apertura al know-how militare europeo darà a Pechino l’occasione per superare anche il gap tecnologico, mentre le spese in armamenti della Russia nel 2005 sono salite da 528 miliardi di rubli (circa 18 miliardi di dollari) rispetto ai 411 miliardi dell’anno scorso (cira 14 miliardi di dollari). Un incremento del 28 per cento di cui una parte considerevole, 5 miliardi di dollari, è destinata alla modernizzazione delle forze armate. Se da un lato l’economia russa si chiude al libero mercato e contemporaneamente rafforza il monopolio sull’energia derivante dal gas, dall’altra la Cina si apre agli investitori stranieri mentre il governo approva un documento che parla espressamente di sviluppo pacifico. Le parole in Oriente, sono sottili e taglienti come spade di samurai: la corsa agli armamenti di Pechino è sotto gli occhi di tutti e preoccupa Taiwan e i giapponesi. Il monopolio russo sull’energia è di fatto un’arma strategica enorme che Putin giocherà al momento opportuno. Nel frattempo Mosca sogna una Marina all’altezza della tradizione (nel frattempo ha licenziato l’Ammiraglio Vladimir Kuroyedov con la scusa dell’inabissamento del mini-sommergibile) e nel 2006 continua il rinnovo della flotta.
Russia e Cina sembrano giocare sulla stessa scacchiera, hanno una tattica diversa, ma entrambi un solo obiettivo: la supremazia a Est, la sicurezza a Nord e a Sud, una sfida da affrontare in futuro a Ovest.

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LIBRI/The Iraq War, a military history

Dec 28 2005 Published by Mario Sechi under America, Difesa e Intelligence, Libri, Medio Oriente

Se vogliamo capire come è stata condotta la guerra in Iraq dobbiamo leggere qualcosa di più dei racconti giornalistici, belli quando fanno la ripresa in diretta delle campagne militari, ma spesso poco utili per comprendere la strategia della guerra. A oltre due anni di distanza dal 19 marzo 2003 (data di inizio della campagna militare in Iraq) i media si sono concentrati sul Post-War, dimenticando che la guerra in quanto tale è stata un successo militare.

the iraq war

Se nel 1991 la prima Guerra del Golfo fu un successo tattico (il Kuwait fu ripulito dall’esercito di Saddam in pochi giorni) segnato però da un fallimento strategico (il dittatore iracheno non fu rovesciato) quella del 2003 è una campagna militare il cui fine ultimo – il regime change a Bagdad e l’avvio di una nuova fase politica in Iraq e in Medio Oriente – deve ancora essere valutato e spesso in questi mesi è sembrato a rischio.
Gli autori di “The Iraq War” descrivono con grande competenza la campagna militare, le sue origini, la condotta in battaglia e la lezione che ne deriva per il Pentagono. Le biografie degli autori sono una garanzia per i lettori che spesso in questi anni si sono trovati di fronte a libri a dir poco imbarazzanti: Williamson Murray insegna al The Institute for Defense Analysis, mentre il Generale Robert H. Scales Jr. è stato Comandante dell’ Army War College. Teoria e pratica dunque si fondono in una storia militare della guerra in Iraq che mette in evidenza l’alto grado di interazione tra Marina, Esercito e Aviazione. Se durante l’invasione dell’isola caraibica di Grenada nel 1983 le radiotrasmittenti dell’Esercito non riuscivano a mettersi in contatto con quelle della U.S. Navy e della U.S. Air Force (tanto da costringere un comandante di una compagnia ad usare la carta di credito telefonica della AT&T per mettersi in contatto con il centro operativo di Forte Bragg, in North Carolina!), la campagna militare in Mesopotamia ha rivelato che la rivoluzione della cultura militare cominciata dopo il fallimento in Vietnam è una realtà.
“The Iraq War” è un libro che non concede nulla alla facile retorica della guerra. Gli autori leggono con realismo i risultati delle operazioni su aria, terra e mare, affrontano il problema iracheno fin dalle origini e dalla rivoluzione del partito Baath, non risparmiano critiche alla mancanza di visione strategica dell’amministrazione Clinton e ricorda quanto nella visione della guerra, nei suoi scopi e nel modo di affrontarla abbia pesato e peserà per sempre l’attacco dell’11 Settembre 2001. Se qualcuno in Europa, solo per fare retorica, scriveva che “niente sarà più come prima”, negli Stati Uniti quella frase è tremendamente vera.

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Natale a Nassiriya/Il discorso di Marcello Pera

Dec 25 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Questo è il discorso pronunciato a Nassiriya dal Presidente del Senato Marcello Pera.

Signor Comandante, Generale Roberto Ranucci, Ordinario militare Monsignor Angelo Bagnasco, Ufficiali, Sottufficiali, soldati, uomini e donne italiani,

sono qui a Nassiriya per portarvi i miei auguri, e quelli dell’intero Senato, per il Natale e il nuovo Anno.

Sono qui per testimoniarvi la mia personale riconoscenza per la missione che state compiendo, assieme a quella del Senato e di tutto il popolo italiano, che vi è vicino.

E sono qui per ricordare, in questa vigilia di Natale, le vittime dell’attentato terroristico del 12 novembre 2003 alla Base Maestrale, e gli altri caduti italiani. Sono morti che si aggiungono a molte altre vittime, militari e civili di tante nazionalità, oltre ai moltissimi iracheni, impegnati sullo stesso fronte. Vorrei ripetere i loro nomi, affinché il loro ricordo non svanisca dai nostri cuori, come non svanisce dai vostri e da quelli delle loro famiglie che in questo momento pensano a loro.

Quel giorno persero la vita: il capitano Massimo Ficuciello; il sottotenente Enzo Fregosi; il sottotenente Giovanni Cavallaro; il sottotenente Alfonso Trincone; il sottotenente Filippo Merlino; il maresciallo capo Silvio Olla; il maresciallo Massimiliano Bruno; il maresciallo Alfio Ragazzi; il maresciallo capo Daniele Ghione; il brigadiere Giuseppe Coletta; il brigadiere Ivan Ghitti; il vice brigadiere Domenico Intravaia; il primo caporal maggiore Alessandro Carrisi; il caporal maggiore Emanuele Ferraro; il caporal maggiore Pietro Petrucci; l’appuntato Andrea Filippa; l’appuntato Horacio Majorana. E due civili: Marco Beci, cooperatore internazionale e Stefano Rolla, regista cinematografico.

Erano soldati, militari e volontari che con coraggio facevano il loro dovere. Giovani che avevano affetti e sentimenti. Uomini impegnati nella difesa di valori e princìpi che noi sappiamo essere universali: la libertà, la democrazia, la tolleranza, la dignità, il rispetto. E li difendevano, come state facendo voi, dall’attacco di quanti li combattono, non importa se si chiamano “guerriglieri”, “miliziani”, “terroristi”, perché tutti predicano ugualmente l’odio, praticano la violenza, uccidono, come fecero con Fabrizio Quattrocchi e Enzo Baldoni.

Questi uomini conoscevano il significato della loro presenza a Nassiriya. Sapevano, come lo sapete voi, che l’Italia ha risposto ai ripetuti appelli di una popolazione che sta cercando di affrancarsi dal lascito disastroso di una dittatura. Sapevano che l’Italia è impegnata a portare aiuti, sicurezza, ricostruzione. Sapevano che in Iraq non è in gioco soltanto il futuro di questo paese, ma anche il nostro futuro. Lo sapevano e sono morti perché ci credevano.

Il disegno dei terroristi in Iraq è quello di costruire un regime teocratico o di ristabilire la dittatura di Saddam Hussein. Ma soprattutto il disegno dei terroristi è quello di evitare che il seme della democrazia affondi le sue potenti radici in Medio Oriente. Questo è il motivo per cui l’Iraq è considerato cruciale dai terroristi attivi in tutto il mondo. E questa è la ragione per cui la democrazia deve prevalere e noi dobbiamo aiutarla a prevalere.

La mobilitazione popolare irachena cui abbiamo assistito il 15 dicembre ci dà ragione. Essa mostra che l’Italia ha fatto la scelta giusta ed è dalla parte giusta.

Se quest’anno in Iraq si sono tenute due elezioni e un referendum, se la popolazione irachena è potuta andare ai seggi per esercitare un suo diritto fondamentale, se sono stati eletti un Parlamento e un Governo, se gli iracheni stanno tornando alla libertà, e se, domani, vi sarà pace in Medio Oriente, lo dovremo a chi ha scelto di intervenire e essere presente, lo dovremo ai caduti e a voi che proseguite la stessa missione.

Qualche tempo fa, a Washington, il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice mi ha ricordato che non è la libertà che si impone, ma la tirannia. E’ vero. La libertà nasce da sé sola, la tirannia si mantiene con la violenza. La libertà è un bisogno insopprimibile, la tirannia è una coercizione inaccettabile. La libertà porta la vita e il rispetto, la tirannia porta la morte e il degrado della persona. Lo si vede in Iraq, lo si vede in Afghanistan, lo si è visto in ogni tempo e in ogni occasione. Una volta liberi di farlo, i popoli scelgono la libertà e la democrazia.

Malgrado questi progressi, ogni giorno giornali e televisioni riportano e mostrano scene macabre di morti dell’una e dell’altra parte. Tutto ciò è vero ma è incompleto.

L’Iraq non è solo devastazione, è – grazie anche a voi – soprattutto ricostruzione. Voi svolgete quotidianamente centinaia di interventi nel campo della sicurezza, dell’ordine pubblico, della formazione del personale, della sanità, dell’educazione scolastica, delle infrastrutture civili e militari, degli impianti idroelettrici. Collaborate nel pagamento delle pensioni, vi occupate della salvaguardia dei siti archeologici, distribuite aiuti alimentari. Grazie anche a questo lavoro, in Iraq si ricomincia a comprare, a vendere, a incontrarsi. Aumentano i matrimoni, aumenta il lavoro, aumentano gli stipendi.

Ecco la risposta alla domanda sul perché siete e siamo qui. Perché promuoviamo la democrazia. E lo facciamo non solo qui. Oltre diecimila uomini e donne, militari italiani, sono impegnati all’estero in missioni, in Iraq, in Afghanistan, in Bosnia, in Kosovo, in Albania, in Sudan, in Libano, a Gaza, a Hebron, in Pakistan, nel Sinai, a Cipro, nel Congo.

Le Forze Armate italiane stanno dando un contributo importantissimo alla stabilità internazionale messa in pericolo dopo l’11 settembre. Lo fanno – lo fate – con senso del dovere e dell’onore, con dedizione e patriottismo – una parola a cui voi restituite significato -, e poi con competenza, umanità, calore.

Le frontiere della sicurezza dell’Europa e dell’Occidente si sono allargate. La nostra sicurezza non dipende più soltanto dalla stabilità nei Balcani, si gioca nel Mediterraneo, nel Medio Oriente, in Africa, in Asia. Molti hanno difficoltà a capire che in una regione lontana, sia essa asiatica o africana o mediorientale, può accadere qualcosa che costituisce un pericolo per le nostre società. Molti stentano a credere che anche la sicurezza delle nostre città può dipendere dalla stabilità in aree remote. E molti pensano che una manifestazione pacifista qui possa fermare un tiranno là.

Non è così. Non è così neppure per i credenti nella nostra religione. Ha scritto il cardinale Ratzinger ora Papa Benedetto XVI: «Sul fatto che un pacifismo che non conosce più valori degni di essere difesi e assegna a ogni cosa lo stesso valore sia da rifiutare come non cristiano siamo tutti d’accordo: un modo di “essere per la pace” così fondato, in realtà significa anarchia; e nell’anarchia i fondamenti della libertà si sono persi».

Questo modo di pensare è diffuso soprattutto nel Vecchio Continente. L’Europa sembra avvertire la minaccia del terrorismo in modo attenuato; è incline a pensare che sia un fenomeno isolato e transitorio; oppure che sia causato in gran parte da responsabilità dell’Occidente.

Questo atteggiamento è sbagliato. Esso ha portato a divisioni tra Europa e Stati Uniti d’America, che si manifestano con il rifiuto di una parte dell’Europa di comprendere le motivazioni storiche e culturali del rapporto transatlantico; con la velleità di affermare un’identità propria e peculiare, la mitica “terza via”; con la richiesta di multipolarismo, che, di fatto, equivale a paralizzare le decisioni strategiche o a delegare le proprie responsabilità agli Stati Uniti, salvo poi criticare gli Stati Uniti quando essi intervengono. L’Italia non ha seguìto questa politica di divisione dell’Occidente. Anche in questo caso ha fatto la scelta giusta.

Ma è tutta l’Europa che deve fare di più. Deve fare di più per rispondere agli appelli dell’Onu che essa stessa invoca. Deve fare di più per esportare la cultura dei diritti umani fondamentali in quei paesi che ancora non la rispettano. Deve fare di più per aiutare i popoli che chiedono libertà.

Purtroppo, l’Europa ha oggi così poca fede in sé che stenta a diventare protagonista. E’ così poco convinta dell’universalità dei valori della propria tradizione che è esitante nel proporli e promuoverli. E crede così poco nella propria identità che la cancella persino dal Preambolo della Costituzione, ora fallita, dell’Unione. E’ per questo che tende a considerare il terrorismo come una risposta comprensibile e financo giustificabile ad un supposto e inesistente espansionismo occidentale. Ed è per questo che tratta i terroristi come guerriglieri e i nostri soldati come occupanti, anziché come liberatori. Non essendo più da tempo il centro del mondo, il Vecchio Continente deve comprendere che il suo destino si gioca anche fuori dei suoi confini.

Se l’Europa non ritroverà presto la fiducia nei suoi princìpi, se non tornerà a capire che essi valgono non solo per sé ma per tutti, perché dànno dignità e ospitalità a tutti, essa diventerà irrilevante sulla scena mondiale, in termini di influenza economica e politica. Quel giorno avremo perso tutti, perché la nostra grande civiltà si sarà trasferita altrove. Noi questo andamento dobbiamo correggerlo.

Oggi, alla vigilia del Natale dei cristiani, noi avvertiamo il senso di un messaggio universale. Quel senso va ben oltre i saluti, i regali, le cortesie che oggi ci scambiamo. Vale come un impegno di riscatto e di libertà, oltre i credi religiosi, le concezioni politiche, i confini territoriali, i sistemi sociali.

A voi esprimo la mia più viva ammirazione e la mia riconoscenza. A voi e alle vostre famiglie vanno i miei augùri più affettuosi. Buon Natale e buon Anno nuovo!

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BUON NATALE A TUTTI

Dec 24 2005 Published by Mario Sechi under Uncategorized

Buon Natale
BUON NATALE A TUTTI. (Foto by Kparrish)

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Cina-Giappone/Il ministro degli Esteri nipponico: La Cina è una considerevole minaccia militare

Dec 22 2005 Published by Mario Sechi under Asia, Difesa e Intelligence

Sempre per le anime candide, ecco cosa dice oggi il ministro degli Esteri giapponese Taro Aso: “La Cina è una considerevole minaccia” per le sue crescenti spese militari. “Abbiamo un paese vicino con oltre un miliardo di abitanti, con armi nucleari, e con continui aumenti delle sue spesi militari da 12 anni. In più, senza alcuna trasparenza nei suoi programmi di riarmo. Questo paese sta diventando una considerevole minaccia per il Giappone”.

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