Questo è il discorso pronunciato a Nassiriya dal Presidente del Senato Marcello Pera.
Signor Comandante, Generale Roberto Ranucci, Ordinario militare Monsignor Angelo Bagnasco, Ufficiali, Sottufficiali, soldati, uomini e donne italiani,
sono qui a Nassiriya per portarvi i miei auguri, e quelli dell’intero Senato, per il Natale e il nuovo Anno.
Sono qui per testimoniarvi la mia personale riconoscenza per la missione che state compiendo, assieme a quella del Senato e di tutto il popolo italiano, che vi è vicino.
E sono qui per ricordare, in questa vigilia di Natale, le vittime dell’attentato terroristico del 12 novembre 2003 alla Base Maestrale, e gli altri caduti italiani. Sono morti che si aggiungono a molte altre vittime, militari e civili di tante nazionalità , oltre ai moltissimi iracheni, impegnati sullo stesso fronte. Vorrei ripetere i loro nomi, affinché il loro ricordo non svanisca dai nostri cuori, come non svanisce dai vostri e da quelli delle loro famiglie che in questo momento pensano a loro.
Quel giorno persero la vita: il capitano Massimo Ficuciello; il sottotenente Enzo Fregosi; il sottotenente Giovanni Cavallaro; il sottotenente Alfonso Trincone; il sottotenente Filippo Merlino; il maresciallo capo Silvio Olla; il maresciallo Massimiliano Bruno; il maresciallo Alfio Ragazzi; il maresciallo capo Daniele Ghione; il brigadiere Giuseppe Coletta; il brigadiere Ivan Ghitti; il vice brigadiere Domenico Intravaia; il primo caporal maggiore Alessandro Carrisi; il caporal maggiore Emanuele Ferraro; il caporal maggiore Pietro Petrucci; l’appuntato Andrea Filippa; l’appuntato Horacio Majorana. E due civili: Marco Beci, cooperatore internazionale e Stefano Rolla, regista cinematografico.
Erano soldati, militari e volontari che con coraggio facevano il loro dovere. Giovani che avevano affetti e sentimenti. Uomini impegnati nella difesa di valori e princìpi che noi sappiamo essere universali: la libertà , la democrazia, la tolleranza, la dignità , il rispetto. E li difendevano, come state facendo voi, dall’attacco di quanti li combattono, non importa se si chiamano “guerriglieri”, “miliziani”, “terroristi”, perché tutti predicano ugualmente l’odio, praticano la violenza, uccidono, come fecero con Fabrizio Quattrocchi e Enzo Baldoni.
Questi uomini conoscevano il significato della loro presenza a Nassiriya. Sapevano, come lo sapete voi, che l’Italia ha risposto ai ripetuti appelli di una popolazione che sta cercando di affrancarsi dal lascito disastroso di una dittatura. Sapevano che l’Italia è impegnata a portare aiuti, sicurezza, ricostruzione. Sapevano che in Iraq non è in gioco soltanto il futuro di questo paese, ma anche il nostro futuro. Lo sapevano e sono morti perché ci credevano.
Il disegno dei terroristi in Iraq è quello di costruire un regime teocratico o di ristabilire la dittatura di Saddam Hussein. Ma soprattutto il disegno dei terroristi è quello di evitare che il seme della democrazia affondi le sue potenti radici in Medio Oriente. Questo è il motivo per cui l’Iraq è considerato cruciale dai terroristi attivi in tutto il mondo. E questa è la ragione per cui la democrazia deve prevalere e noi dobbiamo aiutarla a prevalere.
La mobilitazione popolare irachena cui abbiamo assistito il 15 dicembre ci dà ragione. Essa mostra che l’Italia ha fatto la scelta giusta ed è dalla parte giusta.
Se quest’anno in Iraq si sono tenute due elezioni e un referendum, se la popolazione irachena è potuta andare ai seggi per esercitare un suo diritto fondamentale, se sono stati eletti un Parlamento e un Governo, se gli iracheni stanno tornando alla libertà , e se, domani, vi sarà pace in Medio Oriente, lo dovremo a chi ha scelto di intervenire e essere presente, lo dovremo ai caduti e a voi che proseguite la stessa missione.
Qualche tempo fa, a Washington, il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice mi ha ricordato che non è la libertà che si impone, ma la tirannia. E’ vero. La libertà nasce da sé sola, la tirannia si mantiene con la violenza. La libertà è un bisogno insopprimibile, la tirannia è una coercizione inaccettabile. La libertà porta la vita e il rispetto, la tirannia porta la morte e il degrado della persona. Lo si vede in Iraq, lo si vede in Afghanistan, lo si è visto in ogni tempo e in ogni occasione. Una volta liberi di farlo, i popoli scelgono la libertà e la democrazia.
Malgrado questi progressi, ogni giorno giornali e televisioni riportano e mostrano scene macabre di morti dell’una e dell’altra parte. Tutto ciò è vero ma è incompleto.
L’Iraq non è solo devastazione, è – grazie anche a voi – soprattutto ricostruzione. Voi svolgete quotidianamente centinaia di interventi nel campo della sicurezza, dell’ordine pubblico, della formazione del personale, della sanità , dell’educazione scolastica, delle infrastrutture civili e militari, degli impianti idroelettrici. Collaborate nel pagamento delle pensioni, vi occupate della salvaguardia dei siti archeologici, distribuite aiuti alimentari. Grazie anche a questo lavoro, in Iraq si ricomincia a comprare, a vendere, a incontrarsi. Aumentano i matrimoni, aumenta il lavoro, aumentano gli stipendi.
Ecco la risposta alla domanda sul perché siete e siamo qui. Perché promuoviamo la democrazia. E lo facciamo non solo qui. Oltre diecimila uomini e donne, militari italiani, sono impegnati all’estero in missioni, in Iraq, in Afghanistan, in Bosnia, in Kosovo, in Albania, in Sudan, in Libano, a Gaza, a Hebron, in Pakistan, nel Sinai, a Cipro, nel Congo.
Le Forze Armate italiane stanno dando un contributo importantissimo alla stabilità internazionale messa in pericolo dopo l’11 settembre. Lo fanno – lo fate – con senso del dovere e dell’onore, con dedizione e patriottismo – una parola a cui voi restituite significato -, e poi con competenza, umanità , calore.
Le frontiere della sicurezza dell’Europa e dell’Occidente si sono allargate. La nostra sicurezza non dipende più soltanto dalla stabilità nei Balcani, si gioca nel Mediterraneo, nel Medio Oriente, in Africa, in Asia. Molti hanno difficoltà a capire che in una regione lontana, sia essa asiatica o africana o mediorientale, può accadere qualcosa che costituisce un pericolo per le nostre società . Molti stentano a credere che anche la sicurezza delle nostre città può dipendere dalla stabilità in aree remote. E molti pensano che una manifestazione pacifista qui possa fermare un tiranno là .
Non è così. Non è così neppure per i credenti nella nostra religione. Ha scritto il cardinale Ratzinger ora Papa Benedetto XVI: «Sul fatto che un pacifismo che non conosce più valori degni di essere difesi e assegna a ogni cosa lo stesso valore sia da rifiutare come non cristiano siamo tutti d’accordo: un modo di “essere per la pace” così fondato, in realtà significa anarchia; e nell’anarchia i fondamenti della libertà si sono persi».
Questo modo di pensare è diffuso soprattutto nel Vecchio Continente. L’Europa sembra avvertire la minaccia del terrorismo in modo attenuato; è incline a pensare che sia un fenomeno isolato e transitorio; oppure che sia causato in gran parte da responsabilità dell’Occidente.
Questo atteggiamento è sbagliato. Esso ha portato a divisioni tra Europa e Stati Uniti d’America, che si manifestano con il rifiuto di una parte dell’Europa di comprendere le motivazioni storiche e culturali del rapporto transatlantico; con la velleità di affermare un’identità propria e peculiare, la mitica “terza via”; con la richiesta di multipolarismo, che, di fatto, equivale a paralizzare le decisioni strategiche o a delegare le proprie responsabilità agli Stati Uniti, salvo poi criticare gli Stati Uniti quando essi intervengono. L’Italia non ha seguìto questa politica di divisione dell’Occidente. Anche in questo caso ha fatto la scelta giusta.
Ma è tutta l’Europa che deve fare di più. Deve fare di più per rispondere agli appelli dell’Onu che essa stessa invoca. Deve fare di più per esportare la cultura dei diritti umani fondamentali in quei paesi che ancora non la rispettano. Deve fare di più per aiutare i popoli che chiedono libertà .
Purtroppo, l’Europa ha oggi così poca fede in sé che stenta a diventare protagonista. E’ così poco convinta dell’universalità dei valori della propria tradizione che è esitante nel proporli e promuoverli. E crede così poco nella propria identità che la cancella persino dal Preambolo della Costituzione, ora fallita, dell’Unione. E’ per questo che tende a considerare il terrorismo come una risposta comprensibile e financo giustificabile ad un supposto e inesistente espansionismo occidentale. Ed è per questo che tratta i terroristi come guerriglieri e i nostri soldati come occupanti, anziché come liberatori. Non essendo più da tempo il centro del mondo, il Vecchio Continente deve comprendere che il suo destino si gioca anche fuori dei suoi confini.
Se l’Europa non ritroverà presto la fiducia nei suoi princìpi, se non tornerà a capire che essi valgono non solo per sé ma per tutti, perché dà nno dignità e ospitalità a tutti, essa diventerà irrilevante sulla scena mondiale, in termini di influenza economica e politica. Quel giorno avremo perso tutti, perché la nostra grande civiltà si sarà trasferita altrove. Noi questo andamento dobbiamo correggerlo.
Oggi, alla vigilia del Natale dei cristiani, noi avvertiamo il senso di un messaggio universale. Quel senso va ben oltre i saluti, i regali, le cortesie che oggi ci scambiamo. Vale come un impegno di riscatto e di libertà , oltre i credi religiosi, le concezioni politiche, i confini territoriali, i sistemi sociali.
A voi esprimo la mia più viva ammirazione e la mia riconoscenza. A voi e alle vostre famiglie vanno i miei augùri più affettuosi. Buon Natale e buon Anno nuovo!