Archive for October, 2005

Niger-gate/4. Tutte le spie che giocano con il dossier

Oct 31 2005 Published by Mario Sechi under America, Italia, Medio Oriente

Gian Marco Chiocci e Mario Sechi, Il Giornale del 31 ottobre 2005.

Cia, Sismi, Dgse, Mi-6 sono le sigle dei servizi segreti di Stati Uniti, Italia, Francia e Gran Bretagna, con il Mossad israeliano sono considerate le punte di diamante della intelligence community che, nel caso del Niger-gate, non appare affatto unita nel centrare l’obiettivo: acquisire informazioni genuine sulla presunta vendita di uranio dal Niger a Saddam Hussein.
Il Niger-gate è un tassello importante di una storia che si è conclusa con l’invasione dell’Irak. Stabilire dunque chi falsificò quelle lettere sulla cessione di uranio è importante. Il ruolo dei servizi segreti perciò è fondamentale. Dall’11 settembre ad oggi le difficoltà della Central Intelligence Agency sono sotto gli occhi di tutti, tanto che il presidente Bush ha dovuto correre ai ripari con una radicale riforma dei Servizi. Il caso del Cia-gate e la gestione del dossier uranio chiamano in causa ancora una volta gli uomini di Langley che sotto la direzione di Tenet (scelto da Bill Clinton) gestirono il flusso di informazioni e i contatti con i Servizi dei Paesi stranieri. Come ha ribadito Silvio Berlusconi l’altro ieri, la posizione italiana sull’Irak era la seguente: la guerra non è la soluzione migliore, ma forniremo tutta l’assistenza possibile al nostro alleato. Mentre l’Inghilterra si muoveva su un piano parallelo a quello degli Stati Uniti, la Francia aveva un doppio volto: contraria fermamente a livello diplomatico all’intervento in Irak che avrebbe minato i suoi interessi economici nell’area, ma disponibile ad offrire la vasta esperienza del suo servizio segreto, la Dgse, nel cercare le prove sulle armi di distruzione di massa di Saddam. Soprattutto nel caso del Niger, ex colonia francese dove Parigi controlla il mercato dell’estrazione dell’uranio. I transalpini, preoccupati dalle rivelazioni sulle scorte di uranio accumulate a loro insaputa in Libia, avevano già chiaro da tempo il problema Niger e conoscevano il dossier “romano“ nella sua interezza, tanto da lasciarlo «in sonno» negli uffici parigini delle «piscine», la sede della Dgse. Solo quando Bush riapre il file Saddam Hussein, quel rapporto taroccato torna circolare. Nella mani di chi? Di Martino, stipendiato dalla Dgse.
Dunque se gli inglesi del Mi-6 si muovevano in sintonia con le direttive politiche di Downing Street, le spie francesi vivevano uno sdoppiamento di personalità: mentre l’Eliseo tuonava contro la guerra in Irak, i Servizi dovevano offrire leale collaborazione agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e all’Italia. La Dgse francese era il canale privilegiato di Rocco Martino – l’ex carabiniere che smistò il dossier taroccato proveniente dall’ambasciata del Niger a Roma – e questo solleva dubbi sulla trasparenza dei francesi che, fino all’ultimo, hanno rassicurato americani e inglesi sul link Niger-Irak. Disse Jacques Chirac a un giornalista: «Che vuole. I servizi segreti si sono intossicati a vicenda».
Sul servizio segreto italiano peserebbe l’accusa di aver rassicurato gli americani sul dossier falso. Un’accusa di cui non c’è alcuna evidenza: l’inchiesta della procura di Roma è stata archiviata, l’Fbi ha archiviato la posizione dell’Italia, Palazzo Chigi ha smentito per cinque volte la connection raccontata da Repubblica e alcuni blog americani. Le mosse di Rocco Martino con i Servizi degli altri Paesi venivano registrate con cura, gli ufficiali del Sismi sapevano che era un contatto da prendere con le pinze, gli stessi americani ne erano stati messi al corrente e – fatto nuovo – avrebbero messo loro direttamente alla porta l’ex carabiniere Rocco Martino in cerca di clienti per le sue lettere false. Secondo il Washington Post di ieri, infatti, Martino cercò di avere un contatto già nel 2001 con Jeff Castelli, il capostazione della Cia, il quale disse che le lettere «erano false e mise Martino alla porta». La storia raccontata al WP – tutta da verificare – da un ex alto ufficiale dell’intelligence americana sarebbe una novità: gli americani infatti avrebbero avuto un contatto con Martino ben prima che il settimanale Panorama, il 2 ottobre 2002, fornisse per un «check diplomatico» il falso carteggio dell’ambasciata nigerina. Sempre secondo il WP, già il 12 febbraio del 2002 il vicepresidente Dick Cheney aveva sulla sua scrivania un report che parlava di una visita in Vaticano dell’ambasciatore iracheno e di un accordo con il Niger per la vendita di 500 tonnellate di uranio nel luglio del 2002. Cheney chiese ulteriori conferme. Lo stesso giorno la spia Valérie Plame scrive al capo dell’ufficio antiproliferazione nucleare della Cia: «Mio marito ha ottime relazioni con il primo ministro nigerino e l’ex ministro delle miniere (per non parlare dei numerosi contatti con i francesi), entrambi possono far luce su questo tipo di attività». Il marito della Plame è l’ambasciatore Wilson che subito parte per Niamey, la capitale del Niger e dice di non aver trovato alcuna prova sul traffico d’uranio con l’Irak. Febbraio del 2002, data ben lontana da quel 9 ottobre 2002 quando Panorama consegnò le lettere all’ambasciata americana a Roma e ancor più remota rispetto alla data del 15 ottobre 2001 in cui la direzione delle operazioni Cia inviò un primo report «proveniente da un servizio segreto straniero» sul caso Niger. Erano informazioni del Sismi? Ciò che è certo è che il famoso discorso di George W. Bush sullo Stato dell’Unione (28 gennaio 2003) che cita l’uranio, l’Irak, l’Africa e un servizio segreto straniero, fa riferimento agli inglesi dell’Mi-6 e non al Sismi. Le analisi provenienti da mezzo mondo (Francia e Italia comprese) che parlano dei tentativi di acquisto di uranio dal Niger cominciano a circolare sui tavoli dell’amministrazione americana a metà ottobre 2001, un anno prima del Niger-gate all’amatriciana e del falso dossier di Rocco Martino (che però i francesi già possiedono). In quest’arco di tempo, l’intelligence americana ha continuato a scambiare informazioni con i Servizi degli altri Paesi, Gran Bretagna, Italia e quella Francia che da un lato rassicura gli americani, dall’altro flirta con Martino. Un risiko di spie dove Parigi giocava un doppio ruolo che sembra un doppiogioco.
(4 – continua)

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Accesso e visibilità del blog.

Oct 31 2005 Published by Mario Sechi under Uncategorized

Seri problemi tecnici del provider da stamattina impediscono l’accesso e una corretta visione del blog. Mi scuso con i lettori.

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Niger-gate/3. “Ricostruzione totalmente falsa”. Così affonda il teorema di Rep.

Oct 30 2005 Published by Mario Sechi under America, Italia, Medio Oriente

Gian Marco Chiocci e Mario Sechi, Il Giornale del 30 ottobre 2005.

Fatti, non parole. Nonostante l’ennesima smentita del governo nel giro di pochi giorni sul colloquio Rice-Pollari a Washington («l’incontro programmato e protocollarmente gestito dalla Cia del 9 settembre 2002 nei termini in cui è stato prospettato è totalmente falso»), nonostante la reazione durissima di Frederik Jones, portavoce del National Security Council («ciò che è stato fatto della mia dichiarazione è un modo disonesto e scorretto di fare giornalismo»), la pista della connection italo-americana viene battuta lo stesso. Chi non si allinea alla «verità» di «Repubblica» (Foglio, Riformista, Giornale) viene definito «velinaro» perché ha avuto l’ardire di pubblicare una nota ufficiale di Palazzo Chigi che riporta alla lettera il documento dell’Fbi che scagiona definitivamente il Sismi e il governo italiano.
Torniamo ai fatti (non alle parole). Repubblica scrive che all’incontro di Washington con Pollari era presente l’ammiraglio Giuseppe Grignolo: «Quel che colpisce tutti, intorno a quel tavolo, è l’assoluta marginalità in cui Pollari tiene il suo capocentro a Washington. Questa estraneità è interessante. In quel 2002 il capocentro Sismi a Washington è l’ammiraglio Giuseppe Grignolo, ha un’esperienza importante nella proliferazione delle armi di distruzione di massa, rapporti eccellenti con la Cia e soprattutto la stima del numero 2 dell’agenzia, Jim Pavitt». La fonte anonima di Repubblica sembra smemorata e disattenta perché l’ammiraglio Grignolo a quell’appuntamento non c’è mai stato. Così almeno dice l’interessato al Giornale: «Quando loro mi hanno chiesto qualcosa su questa vicenda, ho detto a chiare lettere che non mi ricordavo assolutamente nulla, semplicemente perché io non c’ero a quell’incontro. E poi guardate le date: l’incontro di cui scrive Repubblica avviene nel 2002 quando io non ero più capocentro del Sismi a Washington da un bel pezzo, essendo andato in pensione il primo maggio 2001. Dopodiché, su richiesta del Servizio, sono stato operativo altri due mesi. Quindi, in Italia, sono rimasto per un po’ consulente del Sismi, dopodiché nulla di più. Non so niente del Nigergate. Non capisco come Repubblica possa avermi tirato dentro, visto che io all’Ottava divisione non ci metto piede da sette anni…».
Quanto a Rocco Martino, che sempre secondo Repubblica avrebbe confezionato la bufala stando in contatto con l’Ottava divisione, Grignolo sbotta: «Mai visto, mai conosciuto, mai avuto a che fare con questo signore. Ma che razza di giornalismo è? Ho già dato mandato di querelare tutti, il ricavato lo darò all’Associazione del Filo d’oro».
A proposito dell’Ottava divisione del Sismi. Nel precedente articolo del 24 ottobre scorso sempre Rep. riferendosi al presunto falso costruito in quella divisione del Sismi nel 2001, cita incautamente con nome e cognome un agente segreto in servizio, il funzionario Alberto Manenti, dipingendolo come «nuovo responsabile» dell’ufficio che si occupa della proliferazione delle armi di distruzione di massa, pronto a esaudire ogni desiderio del capo, Nicolò Pollari. Nuovo responsabile? Anche qui la (solita) fonte (anonima) di Repubblica prende lucciole per lanterne: Manenti è a capo dell’Ottava Divisione non dal 2001, non dal 2000, non dal 1999, non dal 1998, ma con funzione «interinale» dall’inizio del 1997 e conferma a fine anno. È in quest’ultimo periodo che Manenti prende il posto proprio di Grignolo, nel frattempo passato al Primo Reparto. Le date, come si sa, non sono dettagli. Come non sono un dettaglio due circostanze che Repubblica non riporta: sono proprio Manenti, e la sua squadra, a troncare nel 1999 (il falso dossier è del 2001) ogni rapporto di saltuaria collaborazione con Rocco Martino, giudicato una fonte improduttiva. Ed è proprio l’Ottava divisione (insieme con la Prima, ovvero al controspionaggio) che scopre, pedina, e immortala il doppiogioco di Martino con i servizi segreti francesi a partire, per l’appunto, dal 1999. Il doppiogioco qui è targato Parigi, non Roma.
Ancora fatti (non parole). Il Grande Imbroglio ordito dal Sismi e dal governo italiano nel falso dossier all’uranio, per come lo etichetta Repubblica, ha un altro (sic!) riscontro: la prova del collegamento Rocco Martino-Sismi sarebbe un vecchio amico, Antonio Nucera, carabiniere come lui, più alto in grado, «vicecapo del centro Sismi di viale Pasteur a Roma – scrive Repubblica – che fa capo alla prima e all’ottava divisione». Il nome di Nucera viene sapientemente dosato allorché si parla dello strano furto nell’ambasciata del Niger organizzato, par di capire, d’accordo con la fonte di Martino e Nucera nell’ufficio diplomatico di via Baiamonti 10 a Roma. Lo scasso passerà alla storia del Niger-gate nel Capodanno del 2001. Bene: Antonio Nucera nel 2001, dopo esser passato dall’Ottava alla Seconda divisione, era già in pensione da un anno. Insiste Rep: «In questo clima, con il loro dossier fasullo, i vendifumo di via Baiamonti (Rocco Martino e Antonio Nucera) possono tornare utili. Che cosa fanno nell’autunno del 2001? Rocco Martino la mette così: «Alla fine del 2001 il Sismi trasmette il dossier yellowkake agli inglesi dell’Mi-6». Fine 2001? Nucera non c’è più da un anno, Grignolo è in pensione, Manenti pedina ovunque Martino che a Bruxelles crede di passare segretamente informazioni ai francesi.
(3.continua)

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Niger-gate/2. Dietro il falso dossier, una vera guerra di spie

Oct 29 2005 Published by Mario Sechi under America, Italia, Medio Oriente

Gian Marco Chiocci e Mario Sechi, Il Giornale del 29 ottobre 2005

In America sul Cia-gate cascano le prime teste e c’è chi ipotizza un effetto dòmino sull’Italia per il Niger-gate. La ghigliottina mediatica è in funzione da tempo, punta sulle collottole dell’asse Roma-New York ipotizzando che il falso dossier sulla vendita dell’uranio dal Niger all’Irak sia stato fabbricato a Forte Braschi, casa del Sismi. Questo scenario dipinto da Repubblica (in tandem con alcuni blog Usa) ieri ha ricevuto un’altra dura smentita dal Dipartimento di Stato: l’incontro «fatale» al National Security Council tra Stephen Hadley e Niccolò Pollari del 9 settembre 2002 non aveva come oggetto il dossier sul traffico d’uranio dal Niger, era una semplice visita di cortesia durata 15 minuti. E c’era pure Condy Rice.
Fra tante smentite si continua a trascurare l’unico fatto certo e accertato: quello di Rocco Martino, lo spacciatore della bufala nigerina al soldo dei servizi segreti di quella Francia che, guardacaso, in Niger controlla il mercato dell’uranio e che solo fuori tempo massimo ha smentito se stessa sulla genuinità delle informazioni sull’uranio. Se dunque il mondo va a caccia degli autori del falso carteggio Niger-Irak, se l’Fbi fa sapere di tenere aperte due piste (quella interna e quella che porta all’ambasciata del Niger a Roma) il copyright forse andrebbe cercato tra Formello, Niamey e Parigi. Martino, che a Formello ci abitava, è l’anello debole dell’affaire, ma anche il link con gli 007 francesi che in questa storia hanno giocato a nascondino. Fino a un certo punto, perché la Prima e l’Ottava divisione del Sismi tenevano d’occhio lui e la squadra della Direction générale de la securité exterieure. In quel periodo, infatti, la Francia si muove su un doppio binario: da un lato conferma ripetutamente agli «alleati» che l’Irak è interessato all’uranio nigerino, dall’altro colleziona il materiale di Martino e non esprime giudizi, neppure quando Rocco comincia a pensare che dall’ambasciata del Niger sia uscita una «sòla».
Secondo l’intelligence, dal 1999 all’estate del 2004, Martino avrà una trentina di contatti con il suo referente segreto che ha base logistica al 65 di rue Ducale, Bruxelles (dove sventola un tricolore, francese). Passa informazioni in cambio di un regolare compenso di svariate migliaia di euro. Il Sismi lo pedina, lo fotografa, lo ascolta. Albergo, abitazione di Formello, ufficio al Salario, residenza lussemburghese di rue Hoehl a Sandweiler. Tutto quello che maneggia viene duplicato, microfilmato, analizzato. E mentre Martino porta acqua al mulino di Parigi, nel mondo le agenzie di intelligence incalzano gli 007 francesi per avere conferma ulteriore delle (loro) notizie sul traffico di uranio fra Niger e Irak.

3 dicembre 2002. Cia, Langley.
La Cia invia un telex a Parigi prima di spedire la relazione all’Agenzia Atomica. Chiede una prova scritta della trattativa fra i due Paesi segnalata proprio dalla Francia, e chiede se quella notizia non provenga da un’altra agenzia (il riferimento è al Sismi, e al dossier Martino).

3 dicembre 2002. Dgse, Parigi.
I francesi confermano e dicono che no, non c’entra niente il filone italiano, che la soffiata è «di origine interna» e non è disponibile un riscontro cartaceo.

4 dicembre 2002. Onu, New York.
Rassicurato dall’Eliseo, il Segretario di Stato Colin Powell (la colomba dell’amministrazione Bush) per la prima volta accenna all’uranio del Paese africano.

7 gennaioi 2003. Discorso di George Bush. Cincinnati.
Anche George Bush accenna all’uranio ma, su pressione del direttore della Cia, toglie il riferimento alle 500 tonnellate del Niger.

18 gennaio 2003. Discorso di Bush sullo stato dell’Unione.
Bush rompe gli indugi. Parla di uranio, ma non fa riferimento al Niger (parlerà di Africa). Il riferimento al servizio segreto che dà conferma non è il Sismi, come maldestramente si premura di far credere Repubblica, ma l’Mi-6 britannico.

27 gennaio 2003. Dgse, Parigi.
Il Nigergate sta per scoppiare. La Dgse conferma ancora i tentativi di Saddam di mettere le mani sull’uranio e li fa risalire al 1999».

28 gennaio 2003. Casa Bianca, Washington.
La Casa Bianca invia il testo del discorso di Bush sull’Irak all’intera comunità dell’intelligence. Nessuno solleva obiezioni, ma proprio per tenersi cauto il presidente Usa dice che l’Irak «ha cercato di acquisire» (non dice «ha comprato») uranio in Africa.

14 febbraio 2003. Onu, New York.
Dopo alcune anticipazioni stampa, il ministro degli Esteri francese, Dominique De Villepin, nel Consiglio di Sicurezza rompe gli indugi e tarpa le ali alla colomba Powell: «La guerra non è giustificata».

1 gennaio 2003. Tv tedesca Ard.
David Albright, ex ispettore dell’agenzia atomica, anticipa i risultati delle indagini Aiea: «I documenti sulla compravendita di partite di uranio dal Niger da parte di Saddam Hussein sono falsi».

4 marzo 2003. Parigi.
A due settimane dal discorso di Bush, a tre giorni dall’anticipazione dell’ex ispettore, la Francia a sorpresa fa marcia indietro sull’uranio proprio mentre alcune ex spie della Cia riunite sotto la sigla Veteran Intelligence Professional for Sanity esprimono dubbi sulla genuinità del dossier. Jacques Baute, esponente dell’Ufficio Non Proliferazione Nucleare del ministero degli Esteri francese, fa sapere d’aver basato la sua iniziale valutazione proprio sui documenti che gli Usa avevano fornito all’Aiea.

7 marzo 2003. Onu, New York.
Il direttore dell’Aiea, El Baradei, conferma: «I documenti non sono autentici».

17 giugno 2003. Cia, Langley.
In due mesi accade di tutto. Scoppia la polemica, tanto che la Cia fa suoi i dubbi sul dossier «italiano».

14 luglio 2003. Parlamento inglese, Londra.
La commissione Butler smentisce che gli inglesi avessero già nel 2001 il dossier-bufala, e conferma che agli Usa fornirono notizie su traffici d’uranio: «Il documento viene a conoscenza dell’Mi-6 solo nel 2003».

1 agosto 2004. Bruxelles.
Martino si rifà vivo con i francesi, vuole gli arretrati, ma il suo contatto scompare. E così Martino bussa al Sunday Times….

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Il Foglio: dal Niger-gate al Repubblica-gate

Oct 28 2005 Published by Mario Sechi under Uncategorized

Qui Christian Rocca sbugiarda Repubblica sull’incontro tra Pollari e Hadley e il Niger-gate. Ottimo.

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Niger-gate/1. Il doppiogioco parla francese

Oct 28 2005 Published by Mario Sechi under America, Italia, Medio Oriente

Gian Marco Chiocci e Mario Sechi, Il Giornale del 28 ottobre 2005.

Mentre a Washington il Cia-gate impazza, a Roma c’è chi impazzisce per cercare di coinvolgere il governo italiano e il Sismi in quella storia di spie, spiati e falsi dossier che in realtà nasce lontano dalle rive del Tevere, ha la sua sorgente nella Senna e la sua foce nel Tamigi e nel Potomac. Un coinvolgimento sul cosiddetto Niger-gate (il falso dossier sulla vendita di uranio dal Niger all’Irak, uno dei documenti citati dagli Stati Uniti per avviare la campagna militare contro Saddam) che è stato smentito dalle versioni ufficiali dei governi americano, inglese e italiano, dal rapporto bipartisan del Senato americano e di Lord Butler al Parlamento britannico, dall’interrogatorio del confezionatore della bufala (l’ex carabiniere Rocco Martino) al Pm della procura di Roma che al termine delle indagini ha chiesto l’archiviazione del caso. Ieri l’ennesima conferma: l’Fbi ha messo la parola fine sul Nigergate made in Italy. Come anticipato dal Giornale e dal Riformista, il direttore dell’Fbi «con lettera del 20 luglio 2005 ha ufficialmente informato il Governo Italiano che l’inchiesta riguardante i documenti forniti da una giornalista italiana all’Ambasciata Usa a Roma il 9 ottobre 2002 è stata archiviata per quanto concerne l’Italia».

Nonostante ciò, però, si continuano a postdatare i fatti per farli combaciare con l’esperienza del governo Berlusconi, sottovalutando ben altri «dettagli» che coinvolgono la Francia (contraria all’intervento in Irak) e i suoi 007 della Dgse (che retribuiscono puntualmente Rocco Martino prima, durante e dopo il confezionamento del falso-dossier) e che sembra cominciare il 18 gennaio del 2003, quando il presidente George W. Bush cita il caso dell’uranio nel celebre discorso sullo stato dell’Unione. Sedici parole per un intrigo che inizia, in realtà, nel 1999, anno in cui Bin Laden è un problema regionale che Clinton non sa risolvere, le Twin Towers svettano, la guerra in Irak è lontanissima.
Sono i tempi in cui in Italia governa il centrosinistra, al Sismi naviga (a vista) l’ammiraglio Gianfranco Battelli (il direttore che non si curò troppo del dossier Mitrokhin) e un po’ tutte le agenzie di intelligence si interrogano sui traffici che il Niger, ex colonia francese, realizza grazie al suo uranio. Sono anche i tempi in cui Saddam Hussein – secondo la comunità degli 007 – pensa seriamente a riarmarsi. Il Paese africano è meta dei viaggi dei dottor Stranamore di mezzo mondo, compreso il padre dell’atomica pachistana, Abdul Qadeer Khan. L’ex colonia è, dunque, monitorata da Parigi costantemente. La Francia ha interessi enormi nella regione e guardacaso controlla due compagnie attive nell’industria dell’uranio, la Cominak (Compagnie Minière d’Akouta ) e la Somair (Société des Mines de l’Aïr). Nella capitale Niamey vanta una collaudata rete d’intelligence ed è proprio da questo network che partono le informazioni sui traffici di uranio. Sono «dettagli» importanti, regolarmente dimenticati dai reporter che amano ricondurre tutto alla gestione del governo Berlusconi fino a farlo apparire come pusher di menzogne per dare agli Stati Uniti la smoking gun, la pistola fumante, che prova il riarmo di Saddam e giustifica l’intervento militare. Dettagli snobbati anche dai nemici mediatici del presidente Usa (su tutti la Cbs, Washington Monthly e Talking Points Memo), del premier Blair (il Sunday Times) e di Berlusconi (Repubblica per l’appunto). Già, perché l’epoca della «patacca» che si sostiene esser stata confezionata da Martino d’accordo col Sismi, viene spostata fino al 2002 quando invece è precedente perfino all’11 settembre 2001, ed è collocabile fra il 1999 e il 2000, come lo stesso Martino confesserà. Solo due anni dopo, come documentato, raggiungerà la Cia, e solo tre anni più tardi verrà a conoscenza dell’MI-6, il Servizio di Sua Maestà. E non è assolutamente vero, come scrive il quotidiano La Repubblica, che i francesi presero il dossier «italiano» dalla fonte che pagavano bene e lo cestinarono. È vero il contrario. Occhio alle date.

Secondo semestre ’99. Ambasciata del Niger. Roma.
Martino mette le mani su dei documenti che raccontano di una trattativa tra il governo nigerino e l’Irak per la fornitura di uranio. Telex e lettere, provenienti da una fonte qualificata dell’ambasciata, datate febbraio 1999. L’ex funzionario del Sid sa che all’intelligence francese fanno gola, così smista a Parigi la corrispondenza. Il flusso informativo prosegue nel 2000, ma di quel dossier gli 007 di Chirac non fanno cenno ai colleghi occidentali. In questo arco di tempo, il Niger continua a essere oggetto di numerose informative delle spie transalpine che accreditano i tentativi di riarmo nucleare di Saddam.

27 settembre-15 ottobre 2001. Forte Braschi. Roma.
Anche il Sismi invia ai Servizi collegati due informative sulle attività sospette – tutte da verificare – legate all’uranio in Niger.

18 febbraio 2002. Ambasciata Usa a Niamey. Niger.
L’ufficio diplomatico americano in Niger spedisce, nel frattempo, un telex per accertare perché le tonnellate di uranio dichiarate nelle note riservate sono mille in più rispetto alla produzione delle compagnie che fanno capo alla Cogema (consorzio nucleare francese) nel 2001. Cinque giorni prima era stato dato l’ok all’ambasciatore Joseph Wilson (il marito dell’agente della Cia Valerie Plame, il cui nome verrà poi rivelato alla cronista del NYT arrestata) per i controlli in Niger. Wilson confermerà, attraverso le dichiarazioni del primo ministro nigerino, l’interesse dell’Irak per l’uranio (ma non la vendita). Da qui nascono una serie di accertamenti voluti dagli americani con Parigi.

24 settembre 2002. Downing Street, 10. Londra
Il governo inglese pubblica un white paper sull’Irak e le armi di distruzione di massa e spiega che ci sono informazioni circa un tentativo da parte dell’Irak di acquistare uranio dall’Africa. Tony Blair ne parla pubblicamente. È l’ennesima conferma alle voci che stanno facendo il giro del mondo, ma del dossier-bufala dello spione italiano al soldo dei francesi, non se ne fa cenno.

9 ottobre 2002. Ambasciata degli Stati Uniti, via Veneto, Roma.
George W. Bush ha riaperto il file iracheno. Gli Usa continuano a ricevere informazioni allarmanti sul regime di Saddam, la pressione sulla comunità internazionale si fa sempre più viva. I francesi nel frattempo hanno spinto il Niger a firmare nel maggio del 2002 un memorandum capestro con l’Agenzia Atomica Internazionale. Rocco Martino intanto gioca la sua partita personale, ha bisogno di soldi, i francesi gli chiedono ancora notizie sul Niger e improvvisamente – così dichiara l’interessato in un’intervista al Giornale, che smentisce quella carpita dal Sunday Times in cui Martino diceva che era stato il Sismi ad aver confezionato il «pacco» – intuisce che quel vecchio dossier ora è prezioso. E cerca di piazzarlo: contatta Panorama al quale offre le lettere nigerine chiedendo in cambio 15mila euro. Il settimanale fa una doppia verifica: manda una giornalista in Niger e consegna il materiale all’ambasciata americana. Questo check diplomatico del dossier, forse incauto e pure ingenuo, verrà maldestramente interpretato da Repubblica come una mossa politica che coinvolge nel Cia-gate il governo, essendo Panorama di proprietà del gruppo editoriale che fa capo al presidente del Consiglio.
Da questo momento in poi, la partita diventa un ping pong tra gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e soprattutto la Francia, il cui gioco sfugge a ogni interpretazione (vedi Martino). L’ambasciata americana inoltra le copie delle lettere nigerine alla Cia e al quartiere generale del Dipartimento di Stato. Gli analisti di Langley e Foggy Bottom studiano i documenti ma arricciano il naso: anche se lo scenario è verosimile e i report precedenti parlano di un link tra Niger e Irak, c’è puzza di bruciato.

22 novembre 2002, Dipartimento di Stato. Washington.
Gli americani si rivolgono così alla bocca della verità: la Francia. In un meeting al Dipartimento di Stato chiedono lumi sui traffici d’uranio nigerino a Jacques Bauté, il direttore dell’«Ufficio Non Proliferazione» del ministero degli Esteri francese. Bauté conferma che vi sono indicazioni attendibili e convergenti su un tentativo iracheno di acquistare uranio dal Niger. L’alto funzionario dice di non sapere se la partita sia stata consegnata, ma assicura che la Francia prenderà tutte le contromisure possibili. Essendo il dossier di Rocco Martino nelle mani della Dgse, riesce difficile ipotizzare che il servizio segreto di Parigi non abbia riferito al governo specificando che quel materiale – così come appare agli occhi degli americani, meno informati sul Niger degli stessi francesi – è una clamorosa bufala. In quei giorni Rocco Martino è a Bruxelles, come tante altre volte, dove segretamente ha incontrato l’ufficiale di collegamento della Dgse per Belgio e Olanda, Jaques Nadal. Il Sismi lo pedina, lo fotografa: una stretta di mano, la busta con i documenti…
(1. Continua)

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+++ REFERENDUM IN IRAQ: SI’ ALLA COSTITUZIONE, 78% SI’, 21% NO +++

Oct 25 2005 Published by Mario Sechi under America, Medio Oriente

Il referendum sulla Costituzione irachena ha avuto un esito positivo. La maggioranza degli iracheni ha votato sì. La road map per la transizione dell’Irak verso la democrazia supera anche questa prova fondamentale. I sì sono stati pari al 78%, ha votato no il 21% degli iracheni. Il Nation Building continua e la democrazia, con buona pace della sinistra italiana, si può (e si deve) esportare là dove le tirannie minacciano la pace e la stabilità dell’Occidente

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