Archive for September, 2005

STATI UNITI/La globalizzazione in soccorso dei paesi poveri. Ecco il discorso di John Snow

Sep 28 2005 Published by Mario Sechi under America

Pubblichiamo il discorso che il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, John W. Snow, ha pronunciato di fronte al Comitato per lo Sviluppo lo scorso 25 settembre. Il Comitato per lo sviluppo, fondato nel 1974, è un organo politico che vede la partecipazione dei governatori delle Banche centrali e dei ministri economici di 24 Paesi, Italia compresa, tutti rappresentati nel Fondo Monetario Internazionale e nella Banca Mondiale.

RIMUOVERE LE BARRIERE AGLI SCAMBI COMMERCIALI AIUTA A COMBATTERE LA POVERTA

di John W. Snow

Questo Comitato si riunisce in un momento di straordinarie opportunità di crescita per l’economia globale e per i Paesi in via di sviluppo. È anche un momento di grande tristezza e di impegno qui negli Stati Uniti, con le forze della natura che hanno seminato distruzione sulla nostra costa del Golfo del Messico.

Disastri naturali come questi ci ricordano in maniera dolorosa che nes­suno di noi è immune dalle impres­sionanti forze della natura. Vorremmo cogliere questa opportunità per esprimere il nostro sincero apprezzamento a coloro che in tutto il mondo hanno offerto il loro aiuto per le vittime di questa terribile tragedia.

Il governo federale statunitense è impegnato a contribuire alla ricostruzione della regione, ad aiutare la gente a ricostruire la propria vita. E vogliamo farlo in modo responsabile, che non incida in maniera sproporzionata sul bilancio dello Stato. Le operazioni di soccorso e di ricostruzione saranno costose, ma l’amministrazione Bush non si allontana, e non si allontanerà, dalla sua linea di riduzione del deficit federale. Con il costante stato di buona salute dell’economia – di cui continueremo a godere grazie al mantenimento delle valide misure di politica economica del pre­sidente – riusciremo nell’intento di aiutare i nostri vicini e di continuare a ridurre il nostro deficit.

L’uragano Katrina, e adesso l’uragano Rita, ci hanno ricordato che la comunità internazionale deve continuare a fornire l’assistenza neces­saria ad altri Paesi vittime di disastri naturali, comprese le vittime del devastante tsunami dello scorso dicembre. Ci ricorda anche che per centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, gli sforzi per trovare una casa sicura e un pasto sano sono un impegno che dura una vita intera.

Ragioni per essere ottimisti

Anche se le sfide sono enormi, sul fronte macroeconomico comples­sivo esistono valide ragioni per essere ottimisti. Se il prezzo del petrolio continua a costituire un grosso rischio, le pre­visioni di crescita globale rimangono favorevoli. La crescita economica nei Paesi in via di sviluppo è fondamentale per combattere la povertà nel Terzo mondo. La crescita non si limita a generare un “fattore di traino” in termini di aumento delle importazioni, ma genera anche introiti aggiuntivi per l’assistenza allo sviluppo. Per metterla in termini crudi, se il resto dell’Ocse nel decennio pas­sato fosse cresciuto al ritmo degli Stati Uniti d’America, sarebbero stati creati 80 miliardi di dollari in più per gli aiuti pubblici allo sviluppo (mantenendo costante al 1995 la percentuale dell’assistenza pubblica allo sviluppo in rapporto al Pil).

La crescita tra i Paesi in via di sviluppo rimane favorevole. Se le attuali pro­iezioni di crescita si riveleranno esatte, l’indice di povertà a livello mondiale scenderà nel 2015 al 10 per cento, rispetto al 28 per cento del 1990, superando di gran lunga l’obbiettivo stabilito dalla Dichiarazione del millennio, del 2000. Ad eccezione dei Paesi dell’Africa subsahariana, che hanno subito gli effetti devastanti della pandemia di Hiv/Aids, gli indicatori di progresso sociale stanno migliorando a ritmi mai raggiunti prima. Per esempio, dal 1980 in poi, i Paesi in via di sviluppo hanno ridotto in maniera consistente il tasso di mortalità dei bambini al di sotto dei cinque anni, e un numero record di Paesi ha raggiunto l’obbiettivo dell’istruzione primaria per tutti.

Riconoscendo che la crescita del settore privato è una condizione neces­saria per ridurre la povertà, il più recente rapporto Doing Business pubblicato dalla Banca mondiale indica che, anche se molto deve ancora essere fatto, molti governi continuano a prendere misure per rimuovere gli ostacoli agli investimenti. Lo scorso anno, 99 Paesi hanno approvato 185 riforme tese a creare un clima migliore per le imprese, con provvedimenti che vanno dal rafforzamento dei diritti di proprietà alla riduzione del costo dell’esportazione e dell’importazione di beni e servizi. Ci sono storie di successo in ogni continente, dall’India in Asia al Brasile in America Latina, al Ruanda in Africa.

La risposta dei donatori

I Paesi donatori hanno risposto con forti incrementi degli aiuti allo sviluppo, nuove iniziative per combattere le malattie infettive e rinnovati sforzi per accrescere l’efficienza e l’efficacia degli aiuti. Per parte nostra, il governo degli Stati Uniti ha lanciato una serie di nuovi programmi, come il Millennium Challenge Account, il Piano pre­sidenziale di emergenza per la cura dell’Aids, l’Iniziativa contro la malaria e l’Iniziativa per la fine della fame in Africa. In termini di risorse, gli Stati Uniti hanno quasi raddoppiato gli aiuti pubblici allo sviluppo (Aps) dal 2000 a oggi, pas­sando da 10 miliardi di dollari a 19 miliardi nel 2004. Recentemente, al vertice del G8 di Gleneagles, abbiamo proposto di raddoppiare gli aiuti all’Africa subsahariana tra il 2004 e il 2010.

Come abbiamo dichiarato a Monterrey nel 2002, gli Stati Uniti continueranno ad aumentare l’assistenza a quei Paesi in grado di dimostrare che i nostri aiuti vengono tradotti in una crescita maggiore e in una riduzione della povertà. Allo stesso tempo, la Banca mondiale e altre istituzioni multilaterali per lo sviluppo devono approfondire ed espandere i loro sforzi costanti per misurare i risultati concreti degli aiuti elargiti, in modo da impiegare le risorse nel modo più efficace.

Ma l’azione più importante è mantenere un sano ritmo di crescita dell’economia globale. Il consolidamento del bilancio americano deve proseguire con l’adozione di misure molto più aggres­sive di quelle prese fino a oggi per stimolare la crescita, data dalla domanda interna, in Europa e in Giappone, e con una maggiore fles­sibilità del tasso di cambio nei principali Paesi emergenti. Riguardo al rapporto di aiuti allo sviluppo in proporzione al Pil, ci si deve concentrare soprattutto sull’incremento durevole di quest’ultimo.

Piano d’azione per l’Africa

Se è vero che ci sono molte ragioni per essere ottimisti, è vero anche che fino ad oggi l’Africa non ha goduto dei benefici di una maggiore crescita e di una riduzione della povertà nella stessa misura del resto del mondo. L’Africa è l’unico continente che probabilmente non raggiungerà nes­suno degli Obbiettivi di sviluppo del millennio. Molto è stato fatto, nel corso degli anni, per affrontare il problema della crescita dei tassi di povertà in Africa, ma a Gleneagles si è optato per una linea di condotta molto più aggres­siva. Tutti i leader hanno assunto nuovi impegni a sostegno della lotta contro la povertà, la fame e le malattie in Africa. I Paesi del G8 si sono inoltre accordati su misure per migliorare il coordinamento di questi aiuti aggiuntivi. Il Piano d’azione per l’Africa della Banca mondiale risponde a questo compito, definendo azioni concrete e monitorabili per garantire che il Gruppo Banca mondiale e la comunità delle istituzioni per lo sviluppo si concentrino sul raggiungimento di risultati misurabili a livello di Paese, di settore e di progetto.

Il Piano d’azione per l’Africa è lodevole per il suo approccio finalizzato ai risultati. Apprezziamo in particolare il fatto che consideri la crescita economica attraverso un aumento della produttività come conditio sine qua non per la riduzione della povertà, e l’importanza che il Piano attribuisce allo sviluppo delle infrastrutture, alla riforma del settore finanziario e ai miglioramenti del sistema di governo. Il Piano, inoltre, tiene in conto gli effetti macroeconomici degli aiuti. Alla luce degli impegni a incrementare gli aiuti allo sviluppo per l’Africa, esortiamo la Banca mondiale a continuare a coordinarsi strettamente con il Fmi sulla questione della capacità di assorbimento e degli effetti macroeconomici di questi flussi addizionali.

Alleggerimento del debito e sfide future

L’accordo sulla cancellazione del 100% dello stock del debito per quei Paesi che rientrano nei criteri dell’Iniziativa Hipc (Highly Indebted Poor Countries, Paesi poveri ad alto indebitamento) all’Associazione internazionale per lo sviluppo (agenzia della Banca mondiale, Ida nell’acronimo inglese), alla Banca africana di sviluppo (Bafs) e al Fondo monetario internazionale, rappresenta al tempo stesso una straordinaria opportunità e una gigantesca sfida. Per circa quarant’anni, molti tra i Paesi più poveri hanno ricevuto pre­stiti per progetti a favore della sanità, dell’istruzione e di altre neces­sità di base per lo sviluppo. Il risultato è stato che per molti progetti importanti che non pre­vedono un ritorno finanziario sul breve periodo, come la costruzione di scuole, questi Paesi poveri si sono accollati un debito addizionale che dovrà essere rimborsato dalle generazioni future. Alleviando lo schiacciante fardello del debito, questi Paesi potranno concentrare i loro sforzi sulla crescita economica, investendo in infrastrutture che facilitino l’arrivo delle merci dai produttori agli acquirenti, e investendo sulla propria popolazione.

E se è vero che l’economia globale mostra segnali positivi, è vero anche che molti governi continuano ad erigere ostacoli alla crescita. Il rapporto Doing Business mostra che molti Paesi lo scorso anno hanno preso misure per creare un clima migliore per le imprese, ma altri 20 Paesi hanno assunto provvedimenti che vanno nel senso opposto. È particolarmente pre­occupante il fatto che sia proprio in Africa, dove gli ostacoli che devono affrontare gli imprenditori sono maggiori che in qualsiasi altra parte del mondo, che gli sforzi di riforma sono stati più limitati. Pre­occupante è anche il rapporto pubblicato quest’anno dall’Istituto della banca mondiale sulla governance, perché segnala, in molti Paesi, un deterioramento della situazione in aree fondamentali come la qualità delle autorità di regolamentazione, la legalità e il controllo della corruzione. Inoltre, i progetti della Banca mondiale finalizzati a migliorare la gestione delle finanze pubbliche hanno avuto un successo alquanto limitato, e c’è un crescente riconoscimento dei rischi fiduciari associati ai programmi di pre­stiti e alle misure di supporto ai bilanci pubblici.

L’accordo di alleggerimento del debito risponde, in parte, a questi problemi. I contributi aggiuntivi dei Paesi donatori, per compensare i mancati rimborsi del debito, saranno elargiti sulla base dei sistemi di allocazione dell’Ida e dalla Bafs attualmente esistenti, basati sul rendimento del Paese che riceve il debito, e in questi sistemi la governance rappresenta uno dei principali fattori di valutazione. Ma va fatto di più per combattere gli effetti corrosivi della corruzione. Anche se gli obbiettivi di armonizzazione della Dichiarazione di Parigi partono da buone intenzioni, dobbiamo combattere la tendenza a usare sistemi di appalti pubblici nazionali che non soddisfano i criteri di procedura e di documentazione attualmente esistenti fis­sati dalla Banca mondiale, uno standard internazionale esigente, che è importante mantenere. E la Banca e il Fondo devono incrementare il loro sostegno al programma Pefa (Public Expediture and Financial Accountability, Programma di spesa pubblica e responsabilità finanziaria), un approccio finalizzato ai risultati che intende aiutare i Paesi a migliorare i loro sistemi di spesa pubblica, appalti pubblici e controllo della spesa.

Per finire, se è vero che le istituzioni finanziarie internazionali pos­sono fare di più per combattere la corruzione, è anche vero che l’impatto di queste misure sarà limitato senza una leadership forte e il sostegno di tutti i Paesi in via di sviluppo. Come è stato deciso a Monterrey, i Paesi in via di sviluppo dovranno assumersi la responsabilità del proprio progresso economico, attraverso buongoverno, politiche efficaci e Stato di diritto.

Rimuovere le barriere commerciali

Il passo più importante che i nostri governi pos­sono intraprendere per generare una maggiore crescita e una riduzione della povertà è la rimozione delle barriere commerciali, nell’ambito dei negoziati del Doha Round. I cittadini degli Stati Uniti attualmente traggono beneficio dal fatto di avere uno dei regimi commerciali meno restrittivi del mondo. Secondo il Global Monitoring Report, della Banca mondiale, gli Stati Uniti hanno una delle legislazioni meno restrittive in assoluto nei confronti delle importazioni dai Paesi poveri, dai Paesi meno sviluppati e dai Paesi dell’Africa subsahariana. Ciò non va a beneficio soltanto dei consumatori americani, ma anche dei Paesi esportatori, dei produttori che forniscono le merci e degli individui e delle famiglie che vedono accrescersi il proprio standard di vita, grazie a posti di lavoro nuovi e meglio retribuiti.

L’Agenda per lo sviluppo di Doha dedica un’enfasi particolare all’integrazione dei Paesi in via di sviluppo nell’economia globale, in modo che pos­sano raccogliere, in misura sempre maggiore, i benefici della liberalizzazione degli scambi commerciali. Come la Banca mondiale ha dimostrato, circa tre quarti degli incrementi di ricchezza pre­visti per i Paesi in via di sviluppo grazie alla liberalizzazione globale dei commerci dovrebbero venire dalla riduzione delle loro barriere commerciali. Perché i Paesi in via di sviluppo pos­sano realizzare questi benefici, però, dovranno ridurre le loro barriere in maniera sostanziale. Accogliamo pertanto con favore il sostegno garantito dalla Banca e dal Fondo al raggiungimento di un risultato ambizioso contenuto nell’Agenda per lo sviluppo di Doha, in particolare per quel che riguarda le aree fondamentali di accesso al mercato, quali quelle dei prodotti agricoli, dei prodotti non agricoli e dei servizi.

Alcuni tra i guadagni maggiori del Doha Round potrebbero venire dalla liberalizzazione dei servizi, che è un elemento essenziale dell’Agenda per lo sviluppo di Doha. Si calcola che i guadagni che deriveranno dalla liberalizzazione dei servizi saranno molto maggiori di quelli che procurerà la semplice liberalizzazione delle merci. La Banca mondiale ha stimato che, se i Paesi in via di sviluppo liberalizzas­sero quattro servizi infrastrutturali chiave, potrebbero generare, di qui al 2015, guadagni quattro volte e mezzo maggiori di quelli garantiti dalla semplice liberalizzazione dei beni.

Particolarmente importante, ai fini della crescita economica e della riduzione della povertà, è la liberalizzazione del settore finanziario, eppure la qualità e la quantità delle offerte pre­sentate è stata finora estremamente deludente. Se non ci saranno cambiamenti di rotta, temiamo che il Doha Round non riuscirà a produrre praticamente nes­suna nuova liberalizzazione nel commercio di servizi, un’opportunità mancata per lo sviluppo e la riduzione della povertà. Tutti i Paesi, pertanto, ma in particolare i Paesi in via di sviluppo, che saranno quelli che ne beneficeranno maggiormente, dovrebbero prendere l’impegno, in sede di Organizzazione mondiale del commercio (Omc), per garantire un effettivo accesso al mercato dei servizi, inclusi i servizi finanziari.

Gli Stati Uniti sono impegnati ad aiutare i Paesi in via di sviluppo a prendere parte ai negoziati, a dare applicazione agli impegni assunti e a beneficiare in modo ampio delle opportunità di commercio. A questo scopo, abbiamo quasi raddoppiato, dal 2000 a oggi, la nostra assistenza bilaterale per la costruzione della capacità commerciale, portandola a 920 milioni di dollari. A livello generale, approviamo e sosteniamo fortemente la tesi che il modo migliore per potenziare l’Aid for Trade sia far leva su meccanismi esistenti come l’Integrated Framework (If) e il Trade Integration Mechanism (Tim) del Fmi. A questo riguardo, sosteniamo l’impegno della Banca mondiale a fornire un’assistenza prolungata, nel quadro dei programmi per lo sviluppo della capacità commerciale esistenti, a quei Paesi che ne fanno richiesta nell’ambito delle loro strategie di sviluppo. Riteniamo, allo stesso modo, che la Banca e il Fondo pos­sano lavorare a stretto contatto con altri donatori, inclusi membri dell’Omc, sulle questioni degli aiuti a livello regionale o interstatale legati a esigenze commerciali.

Come ha dichiarato il pre­sidente Bush nel suo recente discorso alle Nazioni unite, eliminare le barriere commerciali è la chiave per sconfiggere la povertà nelle nazioni più povere del mondo. Per usare le sue parole, “gli Stati Uniti sono pronti ad eliminare tutti i dazi, i sus­sidi e gli altri ostacoli alla libera circolazione delle merci e dei servizi, se altre nazioni faranno lo stes­so”. Forse non tutti saranno disposti a raccogliere questa sfida, ma noi esortiamo con forza gli altri membri del Comitato per lo sviluppo e i loro elettori, che si tratti di Paesi ad alto, a medio, o a basso reddito, a offrire, entro la data Conferenza ministeriale dell’Omc che si terrà a Hong Kong, misure di liberalizzazione degli scambi commerciali importanti e ampie, in modo che le potenzialità di sviluppo e di crescita del Doha Round pos­sano realizzarsi.

Conclusione

L’espansione economica globale rimane in buona parte vitale, con i relativi benefici per i popoli di tutto il mondo. Esistono tuttavia degli squilibri che le istituzioni finanziarie e i loro azionisti, individualmente e collettivamente, devono impegnarsi per risolvere. Uno di questi squilibri è un mondo dove centinaia di milioni di persone vivono ancora in condizioni di estrema povertà. Insieme agli altri membri del G8 e a molti altri Paesi abbiamo adottato quest’anno misure aggiuntive per aiutare le nazioni meno sviluppate ad elevare i propri standard di vita, in particolare i Paesi dell’Africa subsahariana. Incoraggiamo a questo riguardo l’adozione di sforzi continuativi e l’effettivo coinvolgimento delle istituzioni finanziarie internazionali. Ma i nostri sforzi continueranno a incontrare un successo limitato se i Paesi riceventi non intraprenderanno le azioni neces­sarie per migliorare le condizioni per gli investimenti e la crescita sostenibile, e se tutti noi non prenderemo misure immediate per gettare le basi affinché il Doha Round possa concludersi con successo.

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CDL/Berlusconi, promesse mantenute (e mancate). Studio dell’Università di Siena

Sep 28 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Mario Sechi, Il Giornale del 28 settembre 2005

La politica italiana raramente fa uso di raffinati strumenti di analisi, la lettura degli eventi è affidata alle sensazioni del momento e quando Silvio Berlusconi cita a Montecitorio uno studio dell’Università di Siena sull’azione di governo qualcuno fa dell’ironia.
Peccato, perché il pre­sidente del Consiglio fa riferimento a un paper del «Centro interdipartimentale di ricerca sul cambiamento politico» che in realtà dovrebbe far riflettere parecchio i «disfattisti» della Cdl e i «declinisti» dell’Unione. Sotto la direzione del profes­sor Maurizio Cotta un gruppo di studiosi ha sfornato un «Rapporto sul governo» che spiega come «l’esecutivo italiano nella sua ultima fase maggioritaria è sicuramente cambiato: ha acquisito una maggiore capacità di durata, controlla maggiormente la propria produzione legislativa ed è più attento alla sua finalizzazione». I governi sono più stabili e non a caso il team di profes­sori parla «di importante record di longevità, una percentuale relativamente alta di iniziative concluse e un’intensa attività di comunicazione istituzionale».
Quando il pre­mier invita la coalizione a serrare le file per chiudere bene la legislatura, mettere da parte le conflittualità e voltare pagina, lo fa avendo in mente i numeri di questo studio. Numeri che raccontano una realtà ben diversa dalla vulgata del partito unico dei giornali e dell’opposizione che suona la grancassa del fallimento di legislatura.
Alla voce «programma di governo» l’esecutivo Berlusconi può vantarsi di aver fatto meglio di Prodi e il pre­mier infatti parla in aula «dell’80 per cento di promesse mantenute». Secondo lo studio dell’Università di Siena «nei quattro anni di vita del governo Berlusconi II si è potuta registrare l’attuazione (almeno parziale) dell’80% delle promesse più importanti. La chiara superiorità elettorale del partito di Forza Italia e la leadership di partito indiscussa del pre­mier hanno sicuramente spinto Berlusconi a produrre una serie di provvedimenti direttamente connessi alle “promes­se” elettorali. (…) Le difficoltà non hanno impedito al pre­mier di realizzare molte promesse importanti; tra queste, il piano di riorganizzazione della pubblica amministrazione, la devoluzione, la semplificazione legislativa, numerose opere pubbliche, la riduzione fiscale per le imprese, quella parziale per le famiglie, le misure tese a far rientrare i capitali dall’estero, la riforma del lavoro, la nuova legge sull’immigrazione, la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, una nuova riforma della scuola». Il governo di centrosinistra ha cercato di concentrare subito una serie notevole di provvedimenti, questo perché pres­sato dal fattore tempo: Prodi sapeva di essere il capo di una coalizione politicamente debole e instabile. Ma il risultato parlamentare dice che «al termine dei primi due anni Berlusconi vede approvati il 60% dei provvedimenti iniziati, mentre Prodi si era fermato al 35%».
Ciò che ha danneggiato il centrodestra è la conflittualità che è stata più alta rispetto a quella dell’esecutivo guidato dal Profes­sore di Bologna. Puntare sulla fine delle liti ha dunque un suo fondamento scientifico e non si basa sulle sensazioni. I conflitti interni hanno pesato in maniera notevole e il loro contenuto è istruttivo. Nel governo ci sono stati due tipi di conflitti: quelli «sorti in relazione all’attuazione delle policy governative» e quelli invece scaturiti da questioni di «politica coalizionale» o per esser più espliciti «equilibri di potere tra le diverse componenti della maggioranza». Questi ultimi sono largamente più numerosi dei primi. «Questo tipo di conflittualità è sempre stato in qualche misura pre­sente durante tutti i quattro anni di governo» e sono crescenti nel corso del tempo: erano poco più del 10% dei casi nel primo anno, sono diventati il 24% nel secondo, il 33% nel terzo e quasi il 50% nel corso del quarto anno. La storia non si fa con i se e con i ma, però con qualche follinata in meno questi fatti avrebbero pesato di più.

Clicca qui per scaricare l’intero rapporto sul governo dell’Università di Siena.

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FIAT E AGNELLI/Un riacquisto di azioni tutto da spiegare

Sep 27 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Pubblichiamo questo articolo di Salvatore Bragantini sul riacquisto di azioni Fiat da parte della famiglia Agnelli. Il pezzo è tratto da lavoce.info, che ringraziamo.

Se l’equity swap dribbla la comunicazione

di Salvatore Bragantini*

La famiglia Agnelli resta azionista di riferimento di Fiat: esplode il gaudio nazionale per il perpetuarsi di una condizione che, a dire il vero, negli ultimi venti anni non ha portato bene al gruppo torinese. Il coro degli aedi è tanto forte da coprire le voci stonate di coloro che avanzano obiezioni sul disegno comples­sivo, ovvero sulla tecnica utilizzata per realizzare il superiore fine.

Cronaca di un’operazione molto applaudita

L’operazione è partita da un equity swap, una transazione grazie alla quale, secondo le dichiarazioni, Exor ha deciso di puntare sulla rivalutazione dei titoli Fiat. Exor ha dato mandato a Merrill Lynch di rastrellare novanta milioni di azioni Fiat, impegnandosi a pagare, a scadenza, la eventuale minusvalenza rispetto ai prezzi di mercato, in cambio della speranza di ricevere la plusvalenza, sempre eventuale. Ha fatto dunque una speculazione puntando sull’aumento di valore del titolo. Sempre secondo le spiegazioni fornite, non c’era alcuna intenzione di assumere una posizione in Fiat, tanto che il contratto non pre­vedeva la consegna “fisica” dei titoli. Solo a metà settembre si è deciso di cogliere l’occasione (“imperdibile” secondo i vertici del gruppo) dell’aumento di capitale al servizio del convertendo Fiat, per chiedere la consegna fisica dei titoli. Ciò ha consentito di riequilibrare, in tempo reale, la diluizione legata al “convertendo”, restando sopra la soglia di partecipazione del 30 per cento. Senza tale operazione, Ifil sarebbe scesa al 22 per cento: la differenza è l’8 per cento.
Fin qui, la ricostruzione dei fatti che si basa sulle dichiarazioni dei vertici del gruppo.
Exor è controllata al 70 per cento dalla Sapa Giovanni Agnelli, e al 30 per cento dall’Ifil. Pre­sidente di Exor e di Ifil è Gianluigi Gabetti. Davanti ai rialzi del titolo in estate, a domanda di Consob, il gruppo ha risposto di non essere a conoscenza di motivi che potes­sero essere dietro tale rialzo. Forse se il pre­sidente di Ifil, Gabetti, avesse chiesto lumi al pre­sidente di Exor, Gabetti, avrebbe potuto avere informazioni rilevanti da fornire alla Consob. Ci si può nascondere dietro un dito e rispondere che Ifil non aveva notizia di andamenti del gruppo Fiat tali da giustificare il rialzo, ma è evidente che uno dei motivi di questo rialzo erano gli acquisti sul mercato di Merrill Lynch, che stava coprendo i rischi del contratto. Con il che si arriva al punto vero: chi era tenuto a comunicare il superamento delle soglie rilevanti di partecipazione, legato all’esecuzione del contratto? Merrill Lynch, subito dopo aver stipulato il contratto, ha denunciato il superamento della soglia del 2 per cento in Fiat. Dopo di allora, tuttavia, nes­suna comunicazione è seguita, né da Merrill Lynch, né dal gruppo Ifil o dalla Sapa Giovanni Agnelli, fino alla divulgazione della notizia dell’operazione da parte di Ifil.

Obbligo di comunicazione per chi?

Come mai? Pos­sibile che nes­suno avesse quest’obbligo, essendo in ballo l’8 per cento di una società quotata? Exor, si dice, non voleva le azioni, in origine, ha solo fatto una scommessa sul valore del titolo, e quindi non era tenuta a dichiarare alcunché. Inoltre, la posizione di Gabetti, come bi-presidente di Exor e Ifil, è particolarmente delicata: con quali criteri ha allocato l’operazione su Exor e non su Ifil? Non vorremmo essere nei panni del bi-presidente, costretto, in non più verde età, a ripetere quegli equilibrismi condotti nel 1986, in tandem con Galateri, ai tempi del “colpo grosso” ai danni dei malcapitati soldatini sabaudi dell’Ifil. Allora quando si trattò di rilevare dai libici della Lafico le azioni della Fiat, questa società vide la propria vocazione stravolta e fu adibita a quel compito di servizio delle esigenze della real casa che sarebbe poi diventato il suo vero “core business”.
Come che sia, è stata Exor a fare l’operazione ed Exor, avendo sopportato il rischio, trattiene giustamente, ci dicono, parte del profitto che ne è derivato, ben 90 milioni di euro. Pro futuro, visti i sanguinosi pre­cedenti citati, sarebbe il caso che il gruppo rendesse chiara la mis­sion di ogni sua società; ciò per evitare la sgradevole sensazione che ancora oggi, all’alba del ventunesimo secolo, le sue società, quotate e no, siano utilizzate come i tasti di un pianoforte, al servizio delle esigenze del gruppo senza alcuna considerazione del ruolo reale di ciascuna, e dei diritti dei malcapitati soldatini sabaudi: non tutti volontari, alcuni anzi coscritti, come le banche del convertendo.
Se la comunicazione non spettava a Exor, spettava allora a Merrill Lynch, che ha rastrellato i titoli? Nel silenzio della investment bank Usa, pare di capire che essa si sia limitata a non sforare la soglia del 5 per cento, che avrebbe richiesto un’altra comunicazione: il 3 per cento residuo, neces­sario per raggiungere la quota pre­fis­sata da Exor, è stato distribuito fra altre contro­parti.
I quattro quarti di nobiltà dell’Ifil non bastano a occultare la triste sensazione che il mercato sia stato preso in giro da molti, quest’estate, non solo dai nuovi ricchi e dai furbetti del quartierino.
I contratti derivati hanno aperto una nuova era, consentendo alle imprese di coprire i propri rischi in modi prima inconcepibili, nonché di scommettere, come la speculazione ha sempre legittimamente fatto, sugli andamenti futuri. Sono quindi uno strumento, che può essere utilizzato bene o male. Non demonizziamo i derivati, ma stiamo attenti. Se passa il principio che qualsiasi contratto derivato, purché distribuito fra più contro­parti, o purché non pre­veda la consegna fisica dei titoli (senza peraltro escluderla), consente di evitare l’obbligo di comunicazione di partecipazioni rilevanti, si apre una voragine e il mercato torna all’età della pietra. Ne va della trasparenza dei nostri mercati, nonché della conoscenza delle reali posizioni di controllo nelle società quotate.
Non c’è che una strada: un semplice articolo di regolamento Consob, dove sia scritto che chiunque detenga un diritto che gli consente, a scadenza anche lontana, di ottenere una partecipazione tale da determinare il superamento di soglie rilevanti di partecipazione, è tenuto a comunicarlo al mercato come se tale partecipazione fosse già detenuta: che si tratti di obbligazioni convertibili, di opzioni, di equità swap con o senza consegna dei titoli, non cambia, la comunicazione è dovuta. Con contratti di questo tipo, infatti, anche gli obblighi di Opa potrebbero essere elusi molto facilmente. Se la Banca d’Italia non fosse stata sciaguratamente trascinata, dal suo governatore pro-tempore, in una contesa politica legata a un folle disegno finanziario, sarebbe probabilmente la prima a richiedere modifiche di questo tipo, per i motivi connessi alla sana e prudente gestione degli intermediari. Ma a via Nazionale hanno altro a cui pensare.

*Laureato in Economia e Commercio nel 1967, esperto di materie economiche e finanziarie, ha ricoperto l’incarico di amministratore in numerose società industriali e di servizi. E’ stato commis­sario in CONSOB nel periodo 1996–2001; attualmente è amministratore di UBM– Unicredito Banca Mobiliare S.p.A., e di IW Bank; collabora con il Corriere della Sera.

Questa è la replica che Fiat ha affidato a Gianluigi Gabetti pubblicata da lavoce.info

Ho letto l’intervento di Salvatore Bragantini su lavoce (“Se l’equity swap dribbla la comunicazione”) e poiché il mio nome vi ricorre ripetutamente, mi viene naturale di replicare ai vari quesiti da lei sollevati.
Pre­metto che l’operazione di equity swap fu proposta da Merrill Lynch all’AD di Exor, dott. Brandolini d’Adda, intorno al 20 aprile e fu dall’Exor presa in considerazione, in quanto rientrante nelle sue competenze di investitore in cash , cash equivalent e in prodotti finanziari, utilizzando risorse fornite pre­valentemente dall’Accomandita (azionista all’ 70%, cui si affianca il 30% di IFI).
L’operazione fu originata dalla sorpresa causata dall’improvvisa caduta della quotazione del titolo Fiat su livelli inferiori ai valori nominali avvenuta a metà aprile.
Il CDA di Exor ritenne opportuno accedere alla proposta di Merrill Lynch, rifiutando implicitamente di condividere l’ipotesi che la Fiat meritasse una quotazione tanto stracciata. Ricordo in proposito che l’AD della Fiat Marchionne e alti dirigenti della Società vi reagirono a modo loro acquistando partite significative di titoli.
Ad ogni buon conto l’operazione di equity swap fu effettuata da Merrill Lynch attraverso la Borsa nel periodo compreso tra il 26 aprile e il 7 giugno: essa rappresentò una percentuale inferiore al 15% sul volume comples­sivo delle Fiat ordinarie trattato nel periodo.
Fu quindi corretta la risposta negativa data alle richieste della Consob in tempi molto succes­sivi (26 luglio e 24 agosto) miranti ad accertare se si conosces­sero le ragioni dell’ “andamento delle quotazioni e dei rilevanti volumi scambiati delle azioni emesse da Fiat Spa nelle ultime sedute di mercato”, in quanto le anomalie riscontrate da Consob alla citata data non potevano certo attribuirsi all’incidenza dell’equity swap conclusosi ben 6 settimane prima, e – ribadisco — con un’incidenza che non superò il 15% dei volumi trattati.
Per quanto riguarda in particolare IFIL, è da escludere nel modo più tas­sativo la mera ipotesi che IFIL potesse prendere in considerazione un’operazione di equity swap, per definizione a rischio di perdita (che sarebbe ricaduta su Exor) e quindi di natura ben diversa dagli investimenti di medio-lungo termine che caratterizzano la mis­sione di IFIL.
Sotto questo profilo i ruoli di Exor e di IFIL sono e resteranno ben distinti e separati.

Per rivolgere un ultimo sguardo al pas­sato non dimentichiamo certo le vicende sofferte del 1986, quando IFIL dovette intervenire in modo mas­siccio per recuperare il pacchetto di azioni in mano Lafico che rischiava di diventare una crescente minaccia alla posizione di controllo di Fiat da parte di IFI. Quel ricordo costituì un monito che ispirò il faticoso rias­setto delle due holding voluto dal compianto Dott. Umberto Agnelli e da me realizzato (quando fui invitato a riprendere responsabilità operative nel Gruppo dopo la scomparsa dell’Avvocato Agnelli), insieme al Dott. Daniel John Winteler.
Qui chiuderei il para­gone con il pas­sato perché gli avvenimenti che si sono sviluppati dopo l’impostazione dell’equity swap da parte di Exor (definibile come operazione prettamente “finanziaria”), sino al sopraggiungere della maturazione dell’intervento di IFIL (definibile come “strategico”), sono stati caratterizzati dal nuovo prorompente corso della Fiat, rivelato al mercato dal Dott. Marchionne in occasione della riunione con gli analisti tenutasi l’8 luglio presso Mediobanca.
Le dichiarazioni di Marchionne, poi confermate dai dati relativi al secondo trimestre comunicati il 26 luglio, segnarono un turning point della Fiat del quale l’azionista di riferimento IFIL non poteva non tenere conto, sia per il loro peso e significato oggettivo, sia perché quella medesima fiducia — che le stesse potevano profondamente ispirare all’IFIL — incominciava ovviamente a farsi strada anche sul mercato.
E fu proprio in quel drammatico mese di luglio che si radicò la crescente convinzione che una nuova Fiat stesse nascendo, una Fiat capace di compiere un turnaround del quale — ripeto – l’IFIL non poteva disinteres­sarsi; anche perché, sul retro della medaglia, si profilava il rischio che in caso di nostra assenza altri potes­sero intraprendere striscianti pericolose iniziative in un mercato nel quale il volume degli scambi toccò livelli pre­occupanti.
Di qui l’eventualità che mani forti e organizzate potes­sero mettere in atto serie minacce al mantenimento da parte di IFIL di quella posizione di azionista di riferimento che, già ai margini dell’Assemblea del 27 giugno, c’eravamo impegnati a mantenere. Promesse puntualmente e ripetutamente ricordate in ogni occasione, mai smentite da alcuna succes­siva dichiarazione, tanto che ci fu chi si domandò apertamente se non si dovesse ravvisare la chiara volontà dell’IFIL di identificare il suo ruolo di azionista di riferimento con la percentuale di controllo corrispondente alla soglia OPA.
In realtà restava per noi difficile in quel momento capire come si sarebbe potuto realizzare un tale obiettivo: queste considerazioni furono alla base di intense consultazioni tra me e l’Avvocato Grande Stevens.
Subito prima della pausa estiva, facendo il consueto giro d’orizzonte, ci trovammo entrambi pre­occupati nel constatare che il riconoscimento da parte di molti operatori delle migliorate condizioni della Fiat potesse alimentare operazioni che avrebbero potuto ingenerare turbative al piano del rilancio, a scapito della ritrovata stabilità del management che ne era la pre­messa indispensabile.

Concludemmo che, allo stato dei fatti, fosse divenuto quantomai importante che il Gruppo Agnelli trovasse il modo di mantenere invariata la sua posizione di azionista di riferimento della Fiat. Si trattava però di comprendere bene come ciò fosse stato pos­sibile senza dover far ricorso ad un’OPA, da escludersi perché troppo impegnativa.
A fine agosto Grande Stevens, dopo aver di propria iniziativa consultato in via riservata a titolo personale e profes­sionale le competenti autorità, mi comunicò — trovandomi io ancora negli Stati Uniti — di aver trovato una formula giuridica che avrebbe consentito di mantenere invariata la quota del 30,06%, a condizione che si potesse cogliere l’occasione irripetibile dell’emissione delle nuove azioni Fiat pre­vista per il 20 settembre. Questa occasione irripetibile esigeva di reperire con urgenza la disponibilità per quella data del pacchetto di azioni neces­sarie.
Si contattò immediatamente l’Exor e si intraprese una trattativa con Merrill Lynch per ottenere la modifica, che non era stata ovviamente pre­vista, nelle modalità del contratto standard, con lo scopo di ottenere la consegna fisica delle azioni. Nacque così all’inizio di settembre l’ipotesi di un’operazione che coinvolgesse anche IFIL.
Da tutto ciò dovrebbe risultare evidente che solo in allora prese corpo un vero progetto, poichè solo allora si verificarono le condizioni neces­sarie a dare vita a qualsiasi progetto: concretezza e fattibilità, non ancora realizzatesi al momento della richiesta posta da Consob che – ripeto — erano comunque riferite a movimenti borsistici ai quali eravamo del tutto estranei (ripetiamo che l’ultimo intervento sul mercato risaliva al giugno).
Una volta che Exor ottenne il consenso di Merril Lynch, IFIL fu coinvolta nell’operazione e l’ 8 settembre decise di avvalersi del Dott. Braggiotti in qualità di advisor.
IFIL negoziò con Exor i termini e le condizioni di acquisto delle azioni Fiat, arrivando a sottoporre una proposta al CDA del 15 settembre. Prima che ciò avvenisse si ritenne indispensabile convocare i maggiori esponenti dell’azionariato familiare, i quali per la prima volta ne furono informati e l’approvarono nella tarda serata del 14 settembre: diversamente l’operazione non avrebbe avuto corso.
Questi i fatti.
Quanto all’emanazione di provvedimenti che pos­sano dare la più completa sistemazione a questa materia, penso che non ci si dovrebbe sorprendere se, tra le conseguenze, vi potrà essere neces­sariamente una ben più profonda rivisitazione di tutta la “nuova finanza” e dei relativi strumenti innovativi, venutisi a formare in modo piuttosto disordinato dopo la famosa revoca del Glass Steagall Act risalenti ormai ad alcuni anni fa.

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NUOVA EUROPA/Le elezioni polacche di cui nessuno in Italia si occupa…

Sep 26 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Le elezioni polacche che in Italia non interes­sano a nes­suno (tanto Giovanni Paolo II non c’è più), diventano la prima notizia del Financial Times online, news da prima pagina e commento del Wall Street Journal… Ho anche smesso di contare i collegamenti, i servizi speciali, le interviste e gli approfondimenti della Bbc che non sarà più quella di una volta ma certamente non è la Rai o Mediaset. Entrambe inguardabili (e per questo in tanti migriamo sul satellite).
Non ho visto o sentito il pre­mier commentarle queste elezioni polacche (male) e nes­sun politico del centrodestra spiegare che cosa è successo in Polonia, il paese dove i postcomunisti avevano il 41 per cento e sono pas­sati all’11 per cento.

Pos­siamo continuare allegramente su questa strada. Verso il baratro.

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NUOVA EUROPA/In Polonia vince la destra. Crollo degli ex comunisti: dal 41% all’11%

Sep 26 2005 Published by Mario Sechi under Europa

Il centrodestra vince nettamente le elezioni in Polonia. Con il 60 per cento dei seggi scrutinati, il partito Diritto e Giustizia (26.6%) e la Piattaforma Civica (24.1%) conquistano la maggioranza e rispediscono all’opposizione la rovinosa esperienza della Alleanza della Sinistra Democratica che aveva ben il 41% e si ritrova con l’11% dei voti. Un cataclisma.

La vittoria di di Diritto e Giustizia è sorprendente perchè i sondaggi lo davano indietro rispetto alla Piattaforma Civica, ma evidentemente schierarsi contro la flat tax su costo del lavoro e imprese e per una politica di privatizzazioni più mite, ha pagato. Questo potrebbe non convincere del tutto la business community e, ai fini della lettura politica, è certamente un dato importante, ma ciò che è fondamentale è che si tratta di un trionfo in contro­tendenza rispetto alle ultime tornate elettorali del Vecchio Continente dove i liberali hanno arrancato e la sinistra però non ha un mandato chiaris­simo. E’ il caso, ovviamente, della Germania. Non consideriamo la Spagna in cui il risultato elettorale — e sfidiamo chiunque a dimostrare il contrario — sono state letteralmente sabotate da Al Qaeda.

I conservatori tedeschi hanno deluso, non hanno saputo interpretare la campagna elettorale.
I conservatori inglesi, ci dispiace, sono i laburisti di Blair.
I conservatori italiani? Sono da dieci anni un oggetto misterioso in cerca d’autore. Tra loro, il migliore resta ancora e di gran lunga Silvio Berlusconi.

Il fatto più inquietante è che le elezioni polacche in Italia nes­suno se le è filate. Le ragioni sono lampanti: destra e sinistra in questo Paese hanno una visione che non va più in là di Zagarolo. Le elezioni polacche sono fondamentali per gli assetti euroatlantici e non a caso gli americani vi guardano con grandis­sima attenzione. Ci si ricorderà della nascente potenza polacca quando i nostri sus­sidi Ue prenderanno il volo verso Varsavia. Troppo tardi, come sempre.

Con questa classe dirigente, vale il detto di Donnie Brasco: che te lo dico a fare…

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NUOVA EUROPA/Oggi il voto in Polonia. Exit Poll: vince la destra

Sep 25 2005 Published by Mario Sechi under Europa

+++ UPDATE +++ EXIT POLL: VINCE LA DESTRA

Il Pis (Diritto e giustizia) partito di destra, ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti alle elezioni legislative polacche. Secondo gli exit poll della tv privata Tvn, il Pis ha avuto il 28,26 per cento dei consensi mentre il principale partito rivale, il Po (la Piattaforma Civica) ha avuto il 26,35 per cento. L’Alleanza della sinistra democratica (Sld) attualmente al governo è data all’11,3%.

Oggi si vota in Polonia e il risultato è importante — a una settimana dal voto-caos in Germania — per capire dove va la nuova Europa rispetto a quella vecchia rappresentata dall’ormai arruginito asse franco-tedesco. I seggi si sono aperti alle 6, oltre 30 milioni di polacchi (su una popolazione di 38 milioni) votano per eleggere 460 deputati e 100 senatori del nuovo Parlamento. I candidati sono 1.288. Le urne sono aperte fino alle 20.00 di questa sera.

In testa ai sondaggi (ma di questi tempi occorre andarci cauti) ci sono i due partiti di ispirazione liberale e cattolica. Gli elettori sono orientati a scegliere i loro programmi che puntano all’apertura al mercato e alla business community. E’ bene ricordare che la Polonia è il paese con l’economia più forte tra i nuovi entrati nell’Unione Europea.
La Civic Platform e il Law and Justice dovrebbero vincere e mandare all’opposizione la Democratic Left Alliance che ha nel suo score di risultati il 18% di disoccupazione.

Il programma dei liberali pre­vede una riforma del mercato del lavoro e del fisco d’impresa con l’introduzione di una flat tax del 15% . “Nel mondo di oggi — ha dichiarato Jan Rokita — il leader della Civic Platform — la povertà e la disoccupazione si combattono espandendo il libero mercato, la deregulation e tagliando le tasse”.

Vuoi vedere che tra un po’ ci tocca rimpiangere pure la Polonia?

COUNTRY PROFILE

OFFICIAL NAME:
Republic of Poland

FLAG

Geography
Area: 312,683 sq. km. (120,725 sq. mi.); about the size of New Mexico.
Cities (2004): Capital–Warsaw (pop. 1,690,821). Other cities–Lodz (776,297), Krakow (757,957), Wroclaw (636,854), Poznan (573,003), Gdansk (460,524).
Terrain: Flat plain, except mountains along southern border.
Climate: Temperate continental.

People
Nationality: Noun–Pole(s). Adjective–Polish.
Population (December 2003): 38.2 million.
Annual growth rate: Unchanging.
Ethnic groups: Polish 98%, German, Ukrainian, Belorus­sian, Lithuanian.
Religions: Roman Catholic 90%, Eastern Orthodox, Uniate, Protestant, Judaism.
Language: Polish.
Education: Literacy–98%.
Health (2000): Infant mortality rate– 8.1/1,000. Life expectancy–males 70 yrs., females 78 yrs.
Work force: 17.0 million. Industry and construction–25.3%; agriculture–28.7%; trade and business–28.0%; government and other–18.0%.

Government
Type: Republic.
Constitution: The constitution now in effect was approved by a national referendum on May 25, 1997. The constitution codifies Poland’s democratic norms and establishes checks and balances among the pre­sident, prime minister, and parliament. It also enhances several key elements of democracy, including judicial review and the legislative process, while continuing to guarantee the wide range of civil rights, such as the right to free speech, press, and assembly, which Poles have enjoyed since 1989.
Branches: Executive–head of state (pre­sident), head of government (prime minister). Legislative–bicameral National Assembly (lower house–Sejm, upper house–Senate). Judicial–Supreme Court, provincial and local courts, constitutional tribunal.
Administrative subdivisions: 16 provinces (voivodships).
Political parties (in Parliament): Democratic Left Alliance (SLD), Citizens Platform (PO), Self-Defense (SO), Law and Justice (PiS), Polish Peasant Party (PSL), League of Polish Families (LPR), Union of Labor (UP), and Social Democracy of Poland (SdPl).
Suffrage: Universal at 18.

Economy
GDP (2003): $209.5 billion.
Real GDP growth (2003): 3.8%
Per capita GDP (2003): $5,270.
Rate of inflation (2003): 0.7%.
Natural resources: Coal, copper, sul­fur, natural gas, silver, lead, salt.
Agriculture: Products–grains, hogs, dairy, potatoes, horticulture, sugarbeets, oilseed.
Industry: Types–machine building, iron and steel, mining, shipbuilding, automobiles, furniture, textiles and apparel, chemicals, food proces­sing, glass, beverages.
Trade (2003): Exports–$61.0 billion: furniture, cars, ships, coal, apparel. Imports–$66.7 billion: crude oil, pas­senger cars, pharmaceuticals, car parts, computers.

PEOPLE
Poland today is ethnically almost homogeneous (98% Polish), in contrast with the World War II period, when there were significant ethnic minorities–4.5 million Ukrainians, 3 million Jews, 1 million Belorus­sians, and 800,000 Germans. The majority of the Jews were murdered during the German occupation in World War II, and many others emigrated in the succeeding years.

Most Germans left Poland at the end of the war, while many Ukrainians and Belorus­sians lived in territories incorporated into the then-U.S.S.R. Small Ukrainian, Belorus­sian, Slovakian, and Lithuanian minorities reside along the borders, and a German minority is concentrated near the southwest city of Opole.

Per ulteriori informazioni cliccate qui per visitare il website del Dipartimento di Stato Usa

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CDL/Fini riscopre il partito unitario e ipoteca la linea di successione…

Sep 24 2005 Published by Mario Sechi under Italia

E così Gianfranco Fini stamattina da Reggio Calabria ha detto che “un minuto dopo le primarie, ci deve essere un unico, grande schieramento di centrodestra. Io non posso essere contro Berlusconi o contro Follini dopo quattro anni da vicepremier, ma se vogliamo seguire la strada di verificare chi meglio ci porta ad elezioni politiche, io non ho nulla in contrario. E anche Silvio é stato chiaro e pronto anche lui a farlo. Se tuttavia vogliamo seguire questa strada io voglio la certezza politica che, un minuto dopo le primarie, non c’é più Alleanza Nazionale, Forza Italia o l’Udc, ma un unico grande schieramento di centrodestra in cui come si conviene a dirigenti politici che hanno responsabilità collettive non si risponde solo ai propri interessi ma agli interessi della Patria”.

Silvio Berlusconi sostiene che “affinche’ gli italiani ci ridiano ancora fiducia, c’e’ una sola discontinuita’: smettere di litigare ed essere uniti. E per farlo c’e’ un solo grande progetto, che io per primo ho portato avanti e che adesso anche Fini condivide, che e’ quello di unite tutti i moderati d’Italia in una sola grande forza di democrazia e liberta”.

Marco Follini era assente.

A chi scrive verrebbe voglia di dire “meglio tardi che mai”. Ma quella del partito unitario è una storia che insegna che le botole della politica sono infinite, per cui mettiamola così: dopo mesi di melina, Gianfranco Fini ha capito che la proposta del partito unitario del centrodestra è l’unico anti­doto pos­sibile contro l’implosione della Cdl. Tornerò con un post più completo sul tema, ma per ora è chiaris­sima la svolta finiana: il leader di An è lestis­simo a incunearsi nella linea di succes­sione a Berlusconi, siglando un patto con il padre nobile della Cdl e lasciando all’angolo l’Udc del duo Follini-Casini. Tutto questo, ovviamente, non basta. Berlusconi non può cadere nell’errore di accontentarsi di un momentaneo calumet della pace e nello stesso tempo Fini non può pensare di muoversi con la tattica dello stop and go. Entrambi i leader devono avere una strategia. Fos­simo in loro — e soprattutto in Berlusconi — diffideremmo dei laudatores di corte e guardaremmo a cosa succede nel dibattito politico libero dai timori reverenziali o, ancor peggio, condizionato pesantemente dalla paura di perdere il seggio e/o la piccola-grande rendita di potere. I leader che fanno la storia, nei momenti difficili, sanno decidere da soli.
Se Berlusconi accetta le primarie — e secondo chi scrive dovrebbe farlo e ne ricaverebbe gran giovamento — e se Fini mantiene l’idea che il partito unitario non è uno spot nè retorica ma un obiettivo strategico, la Casa delle Libertà non solo può combattere voto per voto, casa per casa con l’Unione, ma può anche ricominciare a far politica, disegnare uno scenario futuro, riprendere in mano il programma del 1994 e aggiornarlo alla luce delle nuove sfide del terzo millennio.
Ci sono mille buone ragioni, dopo Reggio Calabria, per andare avanti su questa strada, una soprattutto indica che la via è quella giusta: l’assenza di Follini.

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