Aug
19
WAR ON TERROR - AMERICANA/1. Intervista a Richard Armitage
Filed Under America, Difesa e Intelligence, Medio Oriente
Cari amici,
da oggi ripropongo sul blog una serie di interviste che ho scritto nel 2004 per il Giornale. Si tratta di un “ciclo americano” in quattro tappe:
1. Intervista con Richard Armitage, all’epoca vice di Colin Powell al Dipartimento di Stato.
2. Intervista a Douglas Feith, vice di Donald Rumsfeld al Pentagono, riconfermato anche nel second term.
3. Intervista a Richard A. Clarke, già National Security Advisor di Bill Clinton e per un certo periodo dello stesso George W. Bush, fino alla rottura con il Presidente e all’apertura di un fronte polemico incandescente sull’11 settembre 2001 e la guerra preventiva
4. Intervista a Richard B. Myers, capo di Stato maggiore delle forze armate statunitensi.
A un anno di distanza, la rilettura di questi testi resta più che mai attuale e interessante.
Partiamo oggi con l’intervista a Richard Armitage.
Il Giornale, 29 settembre 2004. Mario Sechi da Washigton.
Richard Lee Armitage è il numero due del Dipartimento di Stato. l’uomo che con il segretario Colin Powell disegna le strategie della politica estera americana e interpreta la linea della Casa Bianca. Armitage è il classico self made man americano, è nato nel 1945, ha studiato alla U.S. Naval School, è un veterano del Vietnam, non ama le élite (anche se oggi ne fa parte), ha lavorato per anni al Pentagono, è un uomo che ha forte senso pratico e una vastissima esperienza nelle relazioni internazionali. Voleva tornare alla Difesa, ma il destino ha giocato a dadi i suoi desideri e quelli di un altro uomo forte dell’amministrazione Bush, Paul Wolfowitz. E li ha incrociati. Tanto da far dire a Wolfowitz: lo sai, Rich, tu hai preso il lavoro che io cercavo. E io ho preso il lavoro che tu cercavi. Così Armitage, un uomo dall’aspetto massiccio con un curriculum militare di tutto rispetto, sbarca il 23 marzo del 2001 nelle stanze del settimo piano di Foggy Bottom. Non poteva immaginare che nel giro di pochi mesi tutto sarebbe cambiato nella politica estera americana.
Il vicesegretario del Dipartimento di Stato ispira una naturale simpatia, ha la voce leggermente roca, quando parla punta le mani sulla scrivania, sorride e ha sempre la battuta pronta. Per l’amministrazione Bush questi sono giorni cruciali: siamo a poco più di un mese dalle elezioni presidenziali, si vota in Afghanistan, si accelera il processo di transizione in Irak per arrivare al più presto a elezioni democratiche, le relazioni con Francia e Germania sono migliorate, i rapporti con l’Italia e i Paesi della Nuova Europa rafforzati. Nei notiziari americani l’Irak e la guerra globale al terrorismo dominano il dibattito politico, sono le chiavi per una possibile vittoria di George W. Bush nella corsa alla Casa Bianca.
Segretario Armitage, due giornalisti francesi sono da tempo ostaggi dei terroristi in Irak, le ragazze italiane dopo una prigionia di 20 giorni sono state liberate. I rapimenti sono una nuova arma contro gli Stati Uniti, gli alleati e l’Europa?
«Non è una nuova arma, è una vecchia tattica da sempre usata contro di noi. Mi ricordo che ero al Pentagono all’epoca del Libano quando era usata pesantemente contro i cittadini americani. Quella dei rapimenti per noi è una vecchia arma. Io penso che sia nuova e tragica la situazione dei due giornalisti francesi perché la Francia non è coinvolta nel conflitto ed è stata punita per ragioni che credo i francesi non capiscano. Quella delle due ragazze italiane è stata una situazione terribile. Abbiamo pregato per il loro rilascio. I rapitori, questi assassini, vogliono piegare in due la nostra volontà, quella degli Stati Uniti e quella dell’Italia. Sono stati uccisi degli ostaggi italiani in Irak. E gli italiani hanno reagito al meglio del meglio, sono rimasti saldamente in piedi. Allawi la settimana scorsa ha detto che se noi ci ritirassimo altre persone sarebbero in pericolo. Per me ciò che è interessante osservare sul fenomeno dei rapimenti è il matrimonio tra criminali che rapiscono le persone per soldi e i terroristi. I criminali vendono i sequestrati ai terroristi che poi li usano per motivi politici. Questo è nuovo, il matrimonio tra criminali e terroristi».
L’intervento degli Stati Uniti in Irak era concepito per portare democrazia e libertà. Avete invece creato un nuovo santuario per i terroristi?
«Il nostro presidente pensava che prima o poi saremmo intervenuti in Irak dopo l’attacco dell’11 settembre 2001. Il presidente non voleva aspettare che la tempesta peggiorasse e con sangue freddo ha pensato subito alla sicurezza del Paese. Il presidente Bush la settimana scorsa ha incontrato il presidente iracheno Allawi, noi siamo sicuri che c’è la possibilità di fare le elezioni e di portare la democrazia in Irak».
Le elezioni in Irak sono previste per la fine di gennaio. Si faranno anche se non tutti gli iracheni potranno prendervi parte?
«Io veramente penso che elezioni debbano tenersi in tutto l’Irak. Noi ci aspettiamo, in tutti i casi, un aumento della violenza da parte di chi intende disturbare le nostre elezioni, come hanno già fatto in Spagna, e il voto in Irak, che loro non vogliono si svolga in alcun modo. Ogni cittadino iracheno che vuole votare deve poter esercitare questo diritto e io so che il primo ministro iracheno Allawi e gli Stati Uniti faranno di tutto per realizzarlo».
Pensate sempre che gli iracheni vi siano riconoscenti per averli liberati?
«Il primo ministro Allawi, davanti al Congresso, ha ringraziato gli Stati Uniti e le famiglie dei soldati morti nel suo Paese. Un giudice iracheno, attualmente nella Repubblica Ceca, mi ha ringraziato piangendo davanti a me. Possono essere dei piccoli aneddoti, ma parlano da soli. La maggioranza degli iracheni è contenta d’esser stata liberata da Saddam Hussein. Oggi resta da ristabilire la sicurezza nel Paese».
I curdi stanno espellendo gli arabi da Kirkuk e Mossul. E’ preoccupato per un’altra guerra civile in Irak?
«Noi tutti sappiamo che i curdi avevano la loro terra e che gli è stata tolta durante il regime di Saddam Hussein. Parte dei loro territori sono andati agli arabi e adesso vogliamo provare a correggere questa situazione. Stiamo cercando di risolvere con dei meccanismi queste controversie territoriali, in primo luogo a Kirkuk e Mosul. Kirkuk è realmente un posto caldo. Non c’è il pericolo di una guerra civile, non fa parte della storia irachena. Ma è corretto considerare Kirkuk un flash point, un posto caldo da gestire con molta cautela». A quale modello di democrazia pensate per l’Irak?
Un senatore repubblicano l’altro ieri ha detto che, «ora, mi accontenterei di una democrazia di tipo rumeno!».
«La democrazia americana ha autorizzato il voto delle donne all’inizio del Ventesimo Secolo, e gli afroamericani hanno potuto votare soltanto dal 1965 e l’attuale segretario di Stato americano non ha potuto votare prima di quella data. La democrazia è un processo lento. Il vantaggio che hanno gli iracheni in rapporto agli altri è quello di averla già conosciuta, per una dozzina d’anni».
In questo momento in Afghanistan ci sono 17mila soldati americani e ottomila della Nato. Potrebbero essere necessarie nuove truppe per sconfiggere le frange dei talebani e assicurare la ricostruzione del Paese. Chi manderà altri soldati?
«Perché dice che la violenza sta aumentando? Ci sono solo due attacchi al giorno e i talebani non sono capaci di aumentare la propria forza perché ci sono le truppe alleate in Pakistan. Truppe molto preparate, forti e severe. E poi ci sono anche altri undicimila militari afghani già addestrati. Se c’è bisogno di altre truppe, il segretario di Stato parla con il segretario della Difesa e poi con il presidente che, se serve, provvede all’invio di altri soldati insieme agli altri Paesi. Ma le elezioni saranno il 9 ottobre, inviare altre truppe significa farle arrivare quando le elezioni sono già finite». Cosa succede se il presidente Karzai in Afghanistan non vince le elezioni?
«Noi lavoriamo con qualsiasi governo che viene democraticamente eletto. Siamo felici che dieci milioni di persone si siano registrate per votare in Afghanistan e il 42 per cento sono donne. Sono rimasto impressionato nel vedere che la percentuale più alta dei votanti registrati è in campagna rispetto alla città. Questo vuol dire che vogliono un cambiamento. Loro vogliono la responsabilità della propria vita e del proprio destino. I sondaggi dicono che il politico più popolare è Karzai e il secondo è una donna, una delle diciotto candidate. Se un candidato non prende il 50 per cento allora si vota con il secondo turno. Comunque stiamo lavorando perché gli afghani scelgano il loro leader. E siamo fieri del lavoro fatto dalla coalizione e dalla Nato affinché le elezioni si svolgano in sicurezza. In Afghanistan sta andando tutto bene, c’è solo un punto negativo: la droga, la coltivazione di oppio, ce n’è tanto, in Afghanistan».
Gli Stati Uniti hanno presentato dei rapporti d’intelligence sul programma di armamento nucleare dell’Iran. Sarà un altro caso di guerra preventiva?
«E’ ovvio che qualsiasi presidente degli Stati Uniti, come quello di qualsiasi altro Paese, abbia davanti a sé una serie di opzioni sul tavolo e se ne scartasse anche solo una farebbe male. Noi abbiamo detto che siamo contenti dell’andamento dei colloqui della comunità internazionale sul problema nucleare dell’Iran. Abbiamo visto il rapporto dell’Aiea di settembre e tra poco ce ne sarà un altro a novembre. ovvio che questo per noi sia uno spotlight nazionale, un lavoro fatto dagli amici europei. L’Iran deve fare chiarezza sul suo programma nucleare, altrimenti la questione finirà al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per discutere sulle possibili sanzioni. Comunque siamo soddisfatti dei progressi fatti sulla questione».
La Nato sta cambiando rapidamente. Secondo lei, è la missione che definisce la coalizione o è la coalizione a definire la missione?
«Penso entrambi. La Nato, in particolare durante il vertice di Istanbul, ha discusso le nuove sfide che la attendono. E prima di Istanbul, a Praga, si è deciso di dar vita a una coalizione “Responce Force”, mobile, agile, letale, capace di mantenere il controllo delle spese per la Difesa e affrontare multiple sfide. la missione che definisce la coalizione, però è la coalizione che poi definisce gli obiettivi della missione».
Lei pensa che la Nato sia un’organizzazione che serve a cancellare quello che gli Stati Uniti decidono unilateralmente o solo con alcuni alleati?
«Il nostro punto di vista è che tutti i nostri amici stanno con noi dalla partenza all’arrivo. Non vogliamo una situazione in cui noi prendiamo un volo e poi i nostri amici della Nato atterrano dopo».
L’Europa è per gli Stati Uniti un partner dettato dalla necessità o una scelta?
« Chiaramente un partner scelto. Noi tutti siamo coinvolti nella guerra globale al terrorismo, come ha dimostrato tragicamente la Spagna. Il rapporto con l’Europa per noi è una scelta. Con alcuni amici europei dobbiamo riprendere il discorso e lo stiamo facendo».
Chi vincerà la corsa alla Casa Bianca?
«Io penso che George W. Bush sarà rieletto per il secondo mandato. Alla gente americana piace la sua chiara visione, le sue forti opinioni».
Comments
4 Responses to “WAR ON TERROR - AMERICANA/1. Intervista a Richard Armitage”
Leave a Reply










molto interessante. a quando le altre? e il prossimo ciclo americano?
le altre nei prossimi giorni. Domani Douglas Feith.
Il prossimo ciclo americano in autunno, spero.
Armitage è un personaggio incredibile. A quel roundtable ha risposto in 40 minuti a 25 domande. Un grande.
Il giorno dopo l’intervista l’ho incontrato a Washington nei pressi del Senato che passeggiava in giacca, cravatta e scarpe da tennis bianche.
Nottambula eh?
la notte è sempre il momento migliore per leggere, scrivere e pensare
Ah, concordo. Fase Batman