Soddisfiamo il desiderio dei blogger amici che chiedevano lumi sulla storia della spia del Kgb infiltrata nel servizio segreto italiano. Ecco il pezzo dell’inviato e amico Gian Marco Chiocci.
E’ una storia istruttiva e la dice lunga su cosa bolle nel pentolone dell’ex Kgb.
Buon divertimento.

ma.se.

NOME IN CODICE “VERME”, CACCIA ALLE TALPE DEL SISMI

Il Giornale del 12 agosto 2005.

di Gian Marco Chiocci

C’è una “talpa” al Sismi. Un traditore, o forse due. Non ha un volto, ma solo un nome. In codice: nell’ambiente lo chiamano il “verme”. Per saperne di più sulla gola profonda che ha passato, e probabilmente continua a passare, informazioni riservatissime all’Svr (ex Kgb) bisogna seguire l’evolversi di una pratica che da 20 anni è custodita nei sotterranei della Prima Divisione al comando di Forte Braschi. Chi è, dunque, il “verme”, l’infiltrato, il traditore? Le “acquisizioni informative” svolte dagli agenti del Controspionaggio partono da lontano. Da quando, cioè, nei primi anni ‘80 il numero cinque dei servizi segreti sovietici, Vitaly Yurchenko, si eclissa rocambolescamente mentre è a Roma per cercare di rintracciare lo scienziato Vladimir Alexandrov, uccel di bosco dopo una conferenza antinucleare in Sicilia. In realtà Yurchenko ha già preso contatti con i “nemici” americani: vuole defezionare. L’appuntamento viene fissato ai Musei vaticani. Terminato il tour alla Cappella Sistina, Yurchenko si ritrova in una delle sale più trafficate di turisti dove una porta di sicurezza è stata lasciata, di proposito, priva di allarme. Quella è la via di fuga.
Da qui Yurchenko finisce in un’auto blu con i vetri fumé diretta all’ambasciata americana in via Veneto. Quando la scorta del Kgb si accorge che ai Musei non c’è più, lancia l’allarme e manda tutti gli agenti a controllare le sedi diplomatiche della Capitale. Ma è troppo tardi. Il transfuga, disteso fra i sedili di un gippone, è già in viaggio verso Gaeta, base Nato, dove lo aspetta un elicottero per portarlo oltreconfine, eppoi su un jumbo fin negli Usa. Leggenda vuole, qualcuno lo scrive pure (alcune informative in parte confermano) che in quelle ore una ventina di persone legate a Yurcenko sono costrette a imbarcarsi nottetempo in una nave oceanografica sospettata di monitorare i fondali dello Ionio per offrire le migliori coordinate possibili ai sommergibili sovietici. Vero, falso, un po’ e un po’? Siamo alla spy story o al copione hollywoodiano? L’uno e l’altro, forse. Di sicuro dopo un breve periodo di collaborazione con la Cia, Yurchenko salta nuovamente la barricata, prende contatti coi vecchi colleghi del Kgb, tradisce gli Usa e se ne torna nella sua dacia in Unione Sovietica “anche in seguito - scrivono gli 007 - ad una delusione amorosa con una donna canadese”. Nel breve interregno “collaborativo” agli agenti di Langley l’ufficiale del Kgb spiffera un lungo elenco di asseriti 007-traditori in Occidente. Fra i tanti, dà suggerimenti per rintracciare anche una “gola profonda” annidata all’interno del Sismi: “È un alto funzionario del Servizio, vive e lavora fuori Roma”. I primi sospetti si concentrano - senza fortuna - su un generale nel frattempo andato in pensione, poi su un capocentro del Nord. L’informazione sul “verme” era precisa anche se venne valutata con attenzione sospettando un’intossicazione delle informazioni vista la doppia defezione e l’insolito trattamento riservato dal Kgb al figliol prodigo (che di solito i traditori li fucilava seduta stante). La Cia, per bocca del suo ex direttore Robert Gates, giurò che l’ufficiale del Kgb era tutt’altro che un millantatore. Era attendibile. Molto attendibile. “Le informazioni ricevute da Yurchenko - spiegò Gates - sono state tutte riscontrate e si sono rivelate preziosissime”. Anni dopo, un altro defezionista sovietico - confessandosi sempre con gli americani - diede altre indicazioni che portarono ad un secondo “verme” che all’inizio si credette di identificarlo in un fotografo freelance poi in un ufficiale imparentato con un esponente dell’ex Pci. Proprio per la delicatezza dell’argomento, ad occuparsi della pratica sulla “falla” nel Servizio fu un ristretto gruppo di agenti segreti della direzione Controspionaggio che cominciò a lavorare a compartimenti stagni, a gettare trappole, a scavare senza lasciare il segno, a depistare chiunque provasse a mostrare interesse per quegli accertamenti. Il colonnello Umberto Bonaventura (defunto a poche ore dalla sua audizione in Commissione parlamentare) ne sapeva parecchio del “verme”. Lo aveva inseguito per anni arrivando a sospettare di cinque colleghi, salvo restringere il campo a uno solo, descritto in un identikit allegato ad un appunto custodito nella sua cartellina, appunto mai trasmesso alla commissione parlamentare. “Abbiamo dei fortissimi sospetti su una, forse due persone - disse Bonaventura a un collega fidato - ma non riusciamo a venirne a capo. Ho avuto la sensazione che qualcuno non ci stia aiutando nel lavoro”.
Chi rallentava quelle indagini? Chi bloccava la raccolta di informazioni? Chi disse “no, da qui in avanti non si può chiedere di più sul personale del Servizio?”. L’ammiraglio Giuseppe Grignolo, capo del Primo Reparto dal ‘97 al 2000, è uomo navigato. Al momento di parlare del “verme” a palazzo San Macuto ha chiesto di spegnere i microfoni e di “segretare” la sua testimonianza. “Da almeno dieci anni stiamo dando la caccia a quello che in gergo si definisce un “verme”, un dipendente infedele, non è un apicale, però. Per questo sarebbe stato molto utile sentire il colonnello Mitrokhin”, sì, quello del dossier che i vertici del Sismi, per tre volte, si rifiutarono di ascoltare respingendo le reiterate offerte degli 007 inglesi. Un generale, un funzionario, un fotografo, un semplice segretario. Chi era la talpa? Chi è l’infiltrato? Per caso è lo stesso che in tempo reale spifferò all’Svr (l’ex Kgb) i contenuti delle conversazione dell’incontro romano fra Berlusconi e Blair del 15 febbraio 2002 rinvenuti in un dossier di un importante agente segreto di Saddam che riferì d’averli ricevuti da un collega russo? Il Sismi nega, l’Svr nega, l’Mi6 britannico tace. I veleni corrono dall’ambasciata italiana a Mosca a quella russa a Roma.
E il verme, in silenzio, continua a strisciare. Senza lasciare la bava.

Comments

One Response to “KGB, ITALIA. Storia di una talpa”

  1. aa on August 18th, 2005 17:16

    Chissà cosa dicono quelli che tirano sempre in ballo i servizi segreti deviati, aa.
    :)

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