Archive for July, 2005

I rabbini Usa si dissociano da Israele e scrivono al Papa

Jul 31 2005 Published by Mario Sechi under Religioni e politica

Qualcosa si muove si nella comunità ebraica mondiale sullo stallo diplomatico tra Vaticano e Israele. La brava vaticanista dell’agenzia Apcom, Franca Giansanti, anti­cipa questa lettera dei rabbini americani a Benedetto XVI:
«Noi Rabbini, cantori eleader delle comunità ebraiche di tutto il mondo manifestiamo per dis­sociarci dalle dichiarazioni (e dalle sue implicazioni) rese da alcuni elementi del Ministero degli Affari esteri israeliano il 25 luglio e succes­sivamente». Il pre­sidente della Pave the WayFoundation, Gary L. Krupp ha scritto una lettera a Benedetto XVI per prendere le distanze dalla polemica sui pre­sunti «silenzi» e per difendere a spada tratta sia l’operato di Giovanni Paolo II che di Papa Ratzinger a favore delle comunità ebraiche e contro ogni forma di anti­semitismo. Secondo quanto Apcom apprende da autorevoli fondi, la mis­siva — che non ha pre­cedenti storici per portata — è stata elaborata dalla Fondazione americana che agli inizi del 2005 (18 gennaio) si era recata in udienza in Vaticano per esprimere gratitudine a Papa Wojtyla la cui voce si è sempre levata in difesa degli ebrei «in ogni occasione, da prete in Polonia e durante i ventisei anni di pontificato». Quel giorno a Roma arrivarono 160 Rabbini in rappresentanza di tutte le correnti ebraiche. Il pre­sidente Krupp in questo modo si schiera a fianco di Papa Ratzinger accusato di non avere condannato il terrorismo contro Israele da un alto funzionario del ministero degli Affari esteri di Tel Aviv. Krupp nella lettera sottolinea che anche da cardinale l’attuale pontefice non ha mai fatto mancare sostegno alla causa ebraica, e che la Pave the Way Foundation ora si aspetta dal governo Sharon un intervento affinché Israele mantenga fede ai suoi impegni, rafforzandone così i rapporti con la Santa Sede.

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Il Papa: spero siano finiti i giorni dell’Ira

Jul 31 2005 Published by Mario Sechi under Europa, Religioni e politica

Benedetto XVI oggi da Castelgandolfo sulla svolta in Irlanda del Nord:

“Come sapete, nei giorni scorsi l’Irish Republican Army (IRA) dell’Irlanda del Nord ha annunciato di aver formalmente ordinato la fine della lotta armata in favore dell’uso esclusivo di trattative pacifiche. È una bella notizia, che contrasta con le dolorose vicende di cui siamo quotidianamente testimoni in tante parti del mondo e che giustamente ha suscitato soddisfazione e speranza in quell’isola e nell’intera comunità internazionale. Da parte mia, sono particolarmente lieto di unirmi a tali sentimenti. Inoltre incoraggio tutti, senza eccezioni, a continuare a percorrere con coraggio il cammino tracciato e a intraprendere ulteriori passi che permettano di rafforzare la fiducia reciproca, promuovere la riconciliazione e consolidare le trattative verso una pace giusta e duratura. Lo faccio con lo stesso vigore con cui il mio venerato Pre­deces­sore Giovanni Paolo II a Drogheda, nel settembre del 1979, implorava di allontanarsi dai sentieri della violenza e di tornare sulle vie della pace. All’intercessione di Maria Ss.ma, a San Patrizio e a tutti i Santi d’Irlanda affidiamo la nostra comune pre­ghiera per questa intenzione”.

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ANALISI — L’asse Roma-Londra contro il terrore

Jul 29 2005 Published by Mario Sechi under Europa, Italia, Medio Oriente

L’arresto del quarto attentatore di Londra 21/7 è arrivato come un fulmine a ciel sereno. Nes­suno avrebbe mai scommesso su una fuga in Italia di Osman Hus­sain con un percorso Londra-Parigi-Milano-Roma. L’operazione congiunta tra Scotland Yard e il Viminale ha funzionato alla perfezione. E ora è bene fis­sare un paio di punti importanti.

1. La collaborazione tra polizie è lo strumento migliore per la cattura dei terroristi. La mappatura e tracciatura dei movimenti di Hus­sain è stata la chiave per arrivare all’arresto. Parliamo di cattura, non di pre­venzione. Punto sul quale tornerò con un altro post.

2.
Le tecnologie sono punto di forza ma anche di debolezza di Al Qaeda che usa internet per diffondere i suoi proclami e organizzare gli spostamenti logistici delle cellule, ma nello stesso tempo diventa vulnerabile perchè le comunicazioni telematiche lasciano tracce invisibili all’occhio ma codificabili e captabili dalla superiore tecnologia dei paesi occidentali (Hus­sain è stato catturato grazie alle tracce lasciate dal suo cellulare).

3. La riprova è iil contatto di Hus­sain con un internet point e call center di Roma. Questo particolare apre il dibattito sulla regolamentazione di questi centri di comunicazione. Il sospetto è che dietro questo business si celi una rete di collegamento di Al Qaeda e anche una centrale di finanziamento occulto della rete.

4. Il gruppo di Londra con l’arresto di Roma è stato completamente spianato. Su questo punto l’analisi avanzata tempo fa da Stratfor appare sempre più credibile: non si trattava di un commando di profes­sionisti del terrore. Il 21/7 a Londra molte, troppe cose non hanno funzionato (l’esplosivo, la fuga scomposta, le mille tracce lasciate durante il ripiego) e questo conferma ulteriormente lo scenario di un gruppo di emuli di Al Qaeda che hanno certamente contatti con la “casa madre” ma il cui addestramento lascia a desiderare. Segno che le campagne militari degli alleati sui target di Al Qaeda (campi di addestramento e basi logistiche) hanno colpito.

5. L’Italia è certamente un obiettivo potenziale dei terroristi, ma prima ancora appare come una base logistica di Al Qaeda. La nostra legislazione ha ancora larghis­sime maglie in cui i terroristi pos­sono infilarsi. Non è una colpa, ma un gap che bisogna colmare al più presto.

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+++ URGENT +++ PISANU: OPERAZIONE ANCORA IN CORSO

Jul 29 2005 Published by Mario Sechi under Europa, Italia, Medio Oriente

Arrestato a Roma di Osman Hus­sain, di origini somale e ritenuto il quarto attentatore del 21 luglio a Londra. Lo annuncia il ministro degli Interni Beppe Pisanu. Questo il comunicato del ministro degli Interni: “Rallegramenti vivis­simi al capo della polizia, pre­fetto de gennaro ed ai suoi ottimi collaboratori! L’arresto avvenuto poco fa a roma del somalo osman hus­sain, naturalizzato britannico, il quarto attentatore del 21 luglio a londra, è davvero degno di encomio. L’operazione anti­terrorismo, ancora in corso, viene condotta in un articolato contesto di collaborazione internazionale. Essa conferma non solo la validità del nostro sistema di sicurezza, ma anche l’efficienza dei suoi raccordi internazionali. È un bel segnale, proprio nel giorno in cui il senato della repubblica approva quasi all’unanimità il decreto anti­terrorismo”.

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+++ URGENT +++ ARRESTATO A ROMA IL QUARTO ATTENTATORE DI LONDRA 21/7

Jul 29 2005 Published by Mario Sechi under Europa, Italia, Medio Oriente

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IL BACIO DI FAZIO — Intervista al Garante per la Privacy. Bisogna cambiare la legge sulle intercettazioni

Jul 29 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Il Giornale, 29 luglio 2005.

Il ragionamento è in punta di diritto e non si avventura nella vasta e insidiosa prateria della politica, ma la lex poi diventa anche politica e allora il «caso Fazio» non è solo un’inchiesta giudiziaria, è qualcosa di più. È la storia italiana che si ripete, il costume di un Paese e delle sue istituzioni che si «baciano in fronte» mentre orecchie indiscrete ascoltano, procuratori indagano, tribunali diventano colabrodi e giornali — of course — scrivono. Quel «bacio» virtuale tra Giampiero Fiorani e «Tonino» Fazio è finito ieri anche sulle pagine di Financial Times e Wall Street Journal. Uno «smack» planetario che il Garante della Privacy, Francesco Pizzetti, non commenta nello specifico ma che, riaprendo il tema delle intercettazioni a ruota libera, offre l’occasione per auspicare modifiche alla legge (stralciare dagli atti le parti relative alla vita privata) e lanciare l’allarme sull’eccesso di intercettazioni nel nostro Paese.
Pre­sidente Pizzetti, il caso Fazio-Fiorani ha riportato l’attenzione sull’uso delle intercettazioni. Quel «bacio» poteva non finire negli atti?
«Sulla vicenda non posso pronunciarmi perchè c’è l’eventualità che ne venga investito il collegio. E non sono a conoscenza delle vicende specifiche, ho letto i giornali, come tutti. Certamente l’intercettazione così come è stata disposta rientra tra quelle pre­viste dal nostro codice di procedura penale e non c’è dubbio — ma è stato detto più volte — che le informazioni relative alle intercettazioni, dopo che sono state depositate, sono a conoscenza dei difensori e dei giornalisti. Non c’è dubbio inoltre che la disciplina proces­suale pre­veda il deposito delle intercettazioni anche quando queste contengono notizie non attinenti fatti per i quali si sta investigando. Non è cioè pre­visto lo stralcio del contenuto dell’intercettazione e questo — lo abbiamo già segnalato — è un problema».
Che tipo di intercettazione è quella che ha colto i colloqui di Fazio e Fiorani?
«In Italia ci sono due tipi di intercettazioni. Le prime, sono quelle in via pre­ventiva, introdotte nel nostro ordinamento nel 2001 in seguito all’attentato alle due Torri a New York. Il contenuto di queste intercettazioni non può costituire prova, ma è materiale investigativo. Il secondo tipo, è quello relativo all’attività di polizia giudiziaria per la persecuzione di reati. Nel caso Fazio siamo nel secondo ambito e il reato per il quale l’autorità giudiziaria sta procedendo è nell’ambito del market abuse».
Ma in Italia non ci sono un po’ troppe intercettazioni?
«Che le intercettazioni telefoniche — legittime — siano in Italia un numero molto alto è vero».
Qual è il confronto con gli altri Paesi?
«Tenga conto che il raffronto con la Germania, uno dei paesi che ha il più alto numero di intercettazioni telefoniche, è questo: 77.500 Italia, in Germania 20 mila sulla telefonia mobile e 4600 su quella fissa. Come vede, numeri profondamente diversi. Negli Stati Uniti nel 2003, sono dati ufficiali, ci sono state solo 1442 intercettazioni autorizzate dai giudici federali e dalle corti statali. Ma restiamo in Europa: la Germania è un paese comparabile con il nostro, ha una popolazione doppia rispetto all’Italia, una magistratura altrettanto attenta, ma i dati sono totalmente diversi».
Si può parlare di abuso?
«Abuso no, perchè sono intercettazioni legittime. Pos­siamo parlare di un forte ricorso a questo strumento investigativo che segnala il nostro Paese per le vette eccezionali toccate rispetto agli altri».
Costi?
«Nel 2003 le 77.500 intercettazioni autorizzate costarono 255 milioni di euro. Oggi si parla di un ulteriore incremento, sia del numero che del costo e alcune fonti indicano in 260 milioni di euro il costo per il 2005».
Il caso Fazio-Fiorani ha riaperto il problema?
«Il fenomeno è particolarmente rilevante e il caso Fazio, riguardando una vicenda complessa e di grande risonanza, non può che richiamare l’attenzione sul tema. Viviamo in un ordinamento in cui questo strumento investigativo è ampiamente utilizzato e, se da un lato abbiamo un alto livello di sicurezza, dall’altro il controllo della nostra vita privata, delle nostre conversazioni telefoniche e telematiche è molto forte».
Il collegio del Garante potrebbe essere investito del caso Fazio?
«In linea teorica non posso escluderlo».
Bisogna cambiare la legge sulle intercettazioni?
«Sarebbe opportuna una modifica al codice di procedura penale e pre­vedere lo stralcio dal testo delle intercettazioni telefoniche delle notizie relative alla vita privata — o comunque non rilevanti per gli aspetti proces­suali — prima che il testo delle intercettazioni sia depositato in cancelleria. Oggi il magistrato è tenuto a depositare tutto il testo, comprese le parti che non sono influenti o che hanno aspetti legati alla vita privata dell’intercettato. Lo stralcio si può fare solo dopo, quando ormai la notizia è resa nota a una platea molto ampia. Sarebbe meglio modificare la legge e chiedere al magistrato di depositare gli atti avendo prima stralciato le parti che riguardano la vita privata. Oppure, si può pre­vedere che il segreto resti anche dopo il deposito in cancelleria, finchè non c’è lo stralcio».

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Exit Strategy, ecco il piano del Pentagono

Jul 28 2005 Published by Mario Sechi under America, Difesa e Intelligence, Medio Oriente

Il Giornale, 27 luglio 2005.

La costituzione entro Ferragosto e un primo consistente rientro a casa delle truppe americane a metà del 2006. Sono questi gli obiettivi del Pentagono in Irak. Ieri Donald Rumsfeld ha fatto tappa a Bagdad e ha chiesto agli iracheni di approvare la costituzione entro il 15 agosto. «Un ritardo sarebbe un errore, ora è tempo di fare progres­si» ha detto il ministro della Difesa più che mai determinato a far rispettare la tabella di marcia della Casa Bianca. Il piano del Pentagono è in un rapporto pre­sentato al Congresso che fissa tutti i pas­saggi di sovranità al governo iracheno: dopo l’approvazione della costituzione in agosto gli Stati Uniti puntano al referendum nazionale il 15 ottobre e alle elezioni del governo il 15 dicembre. Conclusa questa road map e completato l’addestramento delle truppe irachene, le forze americane in Irak saranno ridotte drasticamente.

Il turn over dei soldati è contenuto in un allegato «clas­sificato», ma un memo del governo britannico conferma che Washington ha un piano per ridurre le truppe in Irak da 170mila a 66mila nella prima metà dell’anno pros­simo. Londra conferma la genuinità del memorandum, ma pre­cisa anche che si tratta di un’opzione, non di una decisione. La conferma che la exit strategy è in corso arriva proprio dal generale George Casey, comandante delle forze Usa in Irak: «Se il processo politico continua positivamente, se l’addestramento delle forze irachene continua così come sta andando, noi potremo ridurre la nostra pre­senza tra la primavera e l’estate dell’anno pros­simo». Le parole di Casey — che hanno l’avallo del Pentagono e della Casa Bianca — giungono dopo una serie di sondaggi negativi presso l’opinione pubblica sulla guerra in Irak. Una ricerca della Gallup pubblicata da Usa Today indica che solo il 43 per cento degli americani crede in una guerra vittoriosa e ben il 51 per cento ritiene che il governo abbia mentito sulla pre­senza di armi di distruzione di massa in Irak. Sondaggi sfavorevoli che però non intaccano la fiducia della Casa Bianca e la tenacia di «Rummy» Rumsfeld sul completamento del nation building tra il Tigri e l’Eufrate. Il report consegnato dal Pentagono al Congresso ne è la prova. Un documento che focalizza l’attenzione su un Irak che si avvia a diventare la prima democrazia nello scacchiere mediorientale. Il rinnovato impegno dei sunniti nella costituente — nonostante le difficoltà culminate nel boicottaggio di sei giorni ai lavori della costituente — ras­sicura Washington: «La loro partecipazione fa parte di una strategia per isolare gli estremisti».

Le elezioni di gennaio per gli Stati Uniti sono la «pietra miliare» del processo di democratizzazione e dopo quel successo «non si può tornare indietro». È vero che entro il primo agosto la commis­sione incaricata di scrivere la costituzione può chiedere una proroga di sei mesi, ma il Pentagono insiste sulla neces­sità di andare avanti e gli stessi iracheni ne sono consapevoli. Tanto che che il pre­mier Ibrahim al Jaafari ieri ha auspicato un rapido ritiro delle truppe americane. Ritiro che può avvenire — e Al Jaafari ne è consapevole — solo se la «transizione» viene completata, in dicembre si arriva alle elezioni. Dopo quella data, il piano di rias­setto delle truppe americane partirà e dieci città più alcune zone di Bagdad pas­seranno sotto il controllo diretto degli iracheni. A pagina 11 del report si ribadiscono i criteri e le condizioni per il ritiro: «Come ha detto il pre­sidente Bush il ritiro dall’Irak avverrà quando la mis­sione avrà succes­so». E quindi prima un «Irak libero e in grado di garantirsi autonomamente libertà e sicurezza» e poi il ritiro. «Il criterio seguito non è quello del calendar-based ma del conditions-based». Non sarà il tempo a determinare le decisioni della Casa Bianca, ma lo sviluppo delle forze di sicurezza irachene. Al 24 giugno le truppe addestrate e equipaggiate erano 171.300. Sulla sicurezza, inoltre, «avrà un impatto importante la riconciliazione tra le varie etnie e su questo punto sono stati fatti progressi significativi». Il ruolo della comunità internazionale è considerato fondamentale: «La conferenza di Bruxelles tra Europa e Stati Uniti ha dato un forte sostegno alla nascente democrazia irachena». Per il Pentagono si tratta di «trend incoraggianti». Poi, in chiusura di pagina, una frase fulminante sui paesi arabi confinanti e il terrorismo: «Serve l’impegno dei paesi che confinano con l’Irak, l’arrivo continuo di terroristi stranieri sta seriamente ritardando la creazione di sicurezza e stabilità».
È ancora pre­sto per parlare di svolta, ma i segnali vanno tutti nella direzione di un importante ridimensionamento della pre­senza militare americana. Per far fallire questo piano, mantenere il paese nel caos e continuare a fare dell’Irak il flashpoint dello scontro con l’Occidente Al Qaida ha dirottato i suoi attacchi dalle infrastrutture (gli attentati a centrali elettriche e oleodotti sono ormai sporadici) ai civili. Ma secondo alcuni analisti si tratta del colpo di coda di Al Qaida. George Friedman, fondatore di Strafor — centro studi definito la shadow Cia — scrive sul Geopolitical intelligence report di ieri che «l’ondata di attacchi — Sharm el Sheikh, Londra, Islamabad, Irak, Afghanistan — è una chiara offensiva di Al Qaida», ma siamo «di fronte a un finale e disperato attacco per ribaltare le sorti della guerra».

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