Archive for June, 2005

Un piano per fare centro. Pera, Formigoni e la riscossa dei valori

Jun 25 2005 Published by Mario Sechi under Italia, Religioni e politica

Mario Sechi

Il Giornale, 24 giugno 2005.

“Eppur si muove…”. Il dibattito sul partito unitario del centrodestra è in orbita e Silvio Berlusconi potrebbe prendere in prestito la frase galileiana per commentarne il percorso ellittico che egli stesso aveva inaugurato con il «lancio» del 26 aprile quando nel discorso a Montecitorio che chiudeva la crisi di governo e «l’infinita stagione della verifica» il premier parlò per la prima volta di «casa comune del centrodestra». Sono trascorsi quasi due mesi e quell’intervento del leader della Cdl alle Camere acquista sempre più importanza e significato. Berlusconi ha colto la crisi della coalizione e cerca – come ha spiegato ieri a Milano il presidente del Senato Marcello Pera – una «ripartenza della politica». Un recentissimo studio del Centro Interdipartimentale di Ricerca sul Cambiamento Politico dell’Università di Siena, diretto dal professor Maurizio Cotta, spiega che «la fine della crisi propone una fattispecie in qualche misura inedita per la politica italiana (…). Gli elementi di dissidio o divergenza su singoli aspetti, che in parte permangono anche dopo la formazione del nuovo gabinetto, determinano un cambiamento di ritmo nella proposta politica di Berlusconi, il quale scommette su un’azione politica più efficiente (…) e addirittura rilancia un disegno politico, quello del partito unico di centrodestra, che egli stesso aveva rimosso o comunque non utilizzato di recente». Il cambiamento di ritmo e il disegno politico in queste settimane stanno prendendo forma e rimettono in discussione i piani di chi immaginava uno scenario senza Berlusconi e senza Forza Italia. I tasselli della «ripartenza» si stanno unendo in un mosaico a cui ieri si sono aggiunti altri elementi: il convegno con Marcello Pera e Roberto Formigoni a Milano, le mosse di Gianni Alemanno in An, le parole di un osservatore speciale della politica italiana come Fedele Confalonieri. L’astro nascente di An e il presidente di Mediaset ieri hanno citato il presidente della Regione Lombardia come uno dei cavalli su cui scommettere per il futuro del centrodestra, ma chi vede in queste sortite per niente coordinate il lancio di una candidatura di Formigoni si sbaglia. È stato lo stesso presidente lombardo a chiarire che «il leader per il 2006 è Berlusconi». In gioco in realtà c’è il futuro del centrodestra, il contenitore politico e i suoi programmi. È stato Berlusconi a metterlo in evidenza più volte. L’incontro tra Pera e Formigoni, in particolare, è stato preparato con cura, preceduto nei giorni scorsi da un faccia a faccia tra i due esponenti delle istituzioni, il laico e il cattolico, che rappresentano i due poli di una batteria che vuol ridare energia al centrodestra. Secondo l’analisi dell’entourage del presidente del Senato e del presidente del Consiglio, il nuovo rapporto tra laici e cattolici è stato rilanciato dal risultato del referendum sulla procreazione. «Un’occasione da non perdere», uno «tsunami politico» che i sismografi del centrosinistra non sono riusciti a prevedere e addirittura maldestramente hanno contribuito a scatenare. Il presidente Formigoni – e i politici di matrice cattolica come Pier Ferdinando Casini – rappresentano un asse di valori irrinunciabile per un’alleanza vincente. Il rapporto tra Formigoni e la cosiddetta società civile fatta di associazioni e movimenti – in particolare Comunione e Liberazione – è considerato una risorsa primaria. La posizione neo-movimentista della Conferenza episcopale italiana, la verve degli articoli del quotidiano della Cei, Avvenire, sono osservati con attenzione da un centrodestra che lavora alla fase costituente del partito unitario. Berlusconi, da non-professionista della politica, ne ha colto le potenzialità e da uomo che viene dall’azienda che ha sempre esaltato «il fare», ieri ha ribadito che «non dobbiamo perdere tempo. Personalmente ho già aderito a nome di Forza Italia al progetto di cominciare questo nuovo percorso alla fine di luglio con una grande assemblea nazionale che nomini il Comitato costituente del nuovo soggetto». Ecco perché sempre ieri il «gruppo di Todi» ha lanciato un appello affinché i partiti della Cdl si pronuncino a favore di un’Assemblea nazionale da tenersi a fine luglio, che a sua volta nomini un Comitato costituente che definisca lo statuto e il Manifesto del partito unitario. È una sollecitazione diretta a An e Udc, i due partiti che nei primi giorni di luglio terranno rispettivamente l’Assemblea nazionale e il Congresso. L’analisi degli eventi degli ultimi mesi – l’elezione di Papa Benedetto XVI, il no di Francia e Olanda alla Costituzione Ue e l’astensione di massa nel referendum sulla procreazione in Italia – ha suggerito agli architetti del partito unitario «uno scenario che chiude la politica degli anni Novanta». «Si chiude la fase in cui Berlusconi aveva giustamente inserito nella Cdl il filone politico del reaganismo e del thacherismo, si apre un’epoca dove riemergono i valori dell’identità culturale, del sentimento religioso, del rapporto tra laici e cattolici» dicono da Palazzo Madama. Pera lavora da tempo alla cornice ideologica del futuro partito unitario e il suo intervento di fronte al pubblico milanese era puntato su tre temi: difesa dell’Occidente, nuovo europeismo e ridefinizione del rapporto laici e cattolici. In questo scenario, non è un caso che proprio Milano sia il luogo dell’incontro tra la cultura laica e quella cattolica. Milano non è solo capitale dell’industria italiana, ma anche capitale del volontariato e dell’associazionismo. E se il processo, come ha detto Berlusconi, «deve partire dal basso e non dal vertice», non è affatto casuale che l’iniziativa del Piccolo Teatro sia stata promossa da tre fondazioni: la Fondazione per la Sussidiariètà di Giorgio Vittadini, Magna Carta e la Fondazione Europa Civiltà. Milano è sempre stata laboratorio politico del Paese, qui nel luglio del 1943 il Movimento guelfo lombardo e Alcide De Gasperi lanciarono i dodici punti del «programma di Milano». Fu il primo atto della nascita della Democrazia cristiana, il partito che per cinquant’anni governò l’Italia.

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Intervista a Giulio Tremonti. “Il flop dell’Europa? E’ colpa di Prodistein”

Jun 20 2005 Published by Mario Sechi under Europa, Italia

Mario Sechi
Il Giornale, lunedì 20 giugno 2005.

Sorride. E forse pensa che davvero il detto il tempo è galantuomo abbia un senso. Giulio Tremonti ha fatto tappa a Pontida, ha visto Umberto Bossi riabbracciare la sua gente. Quella del Carroccio è una dimensione politica che consente a lui, il professore di Oxford che indossa bretelle e gilet, di capire i sentimenti e gli umori del popolo. Èanche per questo che Tremonti ha colto con largo anticipo il tramonto del mito europeista. Le sue considerazioni sull’Europa fino a poco tempo fa erano considerate nel migliore dei casi inattuali, oggi invece sono à la page e l’euroretorica è diventata un genere letterario démodé. Le sue idee circolano sempre più frequentemente nei dibattiti del Vecchio Continente. Le hanno rese pubbliche e diffuse presso l’opinione pubblica, nel day after, due prestigiosi quotidiani: la Frankfurter Allgemeine Zeitung e Le Monde, un giornale tedesco e uno francese, uno di destra e uno di sinistra. E non sarà certo un caso che Tremonti sia l’unico politico italiano che abbia mai scritto su quei giornali e di questi argomenti. Come non èun caso che sia stato l’unico italiano invitato a dibattere prima alla Oxford Union Society e dopo alla Cambridge Union Society. E proprio l’Inghilterra sarà la prossima tappa. Mentre calpesta il prato di Pontida, Tremonti giàprepara le valigie per Londra, dove ascolterà la conferenza di Gordon Brown, il cancellerie dello scacchiere britannico, sul futuro dell’Europa che Tremonti, in questa intervista al Giornale, descrive mixando la politica e l’economia all’humour.

Onorevole Tremonti, dopo il No di Francia e Olanda alla Costituzione Ue e il fallimento delle trattative sul bilancio europeo in Italia si stanno moltiplicando gli euroscettici. Lei non si sente più solo?

«Fino a qualche settimana fa mi sembrava che la stagione ufficiale fosse quella del Brumaio, lei ora mi dice che siamo al 26 aprile…».

E che succede?

«Evidentemente si stanno formando le nuove liste degli euroscettici composte da postfuturisti, visionari del giorno dopo, europentiti, pensionati prêt à porter, editorialisti illustri. Come accade spesso nella storia del nostro Paese, non c’èla stagione dei pensamenti, ma c’è la stagione dei ri-pensamenti. C’è gente che scrive due editoriali in due giorni, ho letto testi farneticanti, comunque questo è solo l’inizio. Il limite di questa classe dirigente non ètanto di non aver capito prima cosa stava succedendo. Il limite è di volercelo spiegare adesso. Il paradosso di questo Paese è che gli uomini che hanno avuto responsabilità di regime ora maramaldeggiano, mentre gli euroscettici restano gli unici euroresponsabili».

Europentiti italiani?

«Sono tanti. Si contano, ripeto, tra editorialisti accademici, accademici editorialisti, pensionati prêt à porter, maestri di vita, futuristi-passatisti, appellatori tardivi».

Faccia qualche nome.

«Guardi, non sarò provinciale. Le farò un nome per tutti, ma un nome straniero: Bolkestein, Frits Bolkestein. È lui il primo dei pentiti. Bolkestein con un mirabile articolo pubblicato sull’International Herald Tribune ha aperto il dibattito sulla Costituzione Ue. Peccato che uno si chieda: ma è un caso di omonimia o èlo stesso Bolkestein Frits che fino a tre mesi fa era membro della commissione? È lo stesso amico Frits che fino a qualche mese fa era l’uomo forte della commissione, autore della direttiva sulla liberalizzazione dei servizi? Èlo stesso personaggio surreale delle barzellette popolari in Francia?».

Dopo i no di Francia e Olanda è successo di tutto, perfino il bilancio europeo è stato sospeso. La cosa piùallucinante che ha visto?

«La cosa più allucinante non è avere sospeso l’approvazione del bilancio Ue, ma avere sospeso i referendum sulla Costituzione».

Perché?

«Perché i popoli fanno paura. È un provvedimento che non solo è inutile, ma è anche negativo».

Qualcuno ha detto che il vero errore è stato chiamarla Costituzione.

«Questo èil pensiero della scuola dei minimalisti, quelli che riducono tutto a una questione di nome e, in questo caso, dicono che l’errore èstato chiamarla Costituzione. Se il nome non fosse stato Costituzione non sarebbe successo niente. Questo, per esempio è proprio l’incipit dell’articolo scritto appunto da Bolkestein per l’International Herald Tribune».

È lo stesso Bolkestein, autore della famosa direttiva che ha scatenato le barzellette sull’idraulico polacco…

«Le vignette surreali sulla stampa popolare francese sono micidiali. C’è per esempio quella dei due popolani che stanno al bar e dicono: La sai l’ultima su Bolkestein?. Detto questo, il povero Frits non ha tutte le colpe, perché la direttiva non è Bolkestein ma… Prodistein».

Lei dice che c’èlo zampino di Prodi?

«Mi pare che le direttive siano firmate anche dai presidenti di Commissione. E mi sembra che la direttiva fosse l’ultimo fiore all’occhiello della Commissione. Probabilmente hanno fatto confusione, il fiore all’occhiello in realtà era il fiore sulla bara».

Umberto Bossi ètornato a parlare a Pontida. Luogo simbolo per gli euroscettici?

«Sulla carta geografica Pontida è stato il primo punto, ma in realtà tutta la mappa dell’Europa èuna specie Pontida Se uno guarda la carta geografica europea vede svanire i salotti e comparire i popoli. I salotti svaniscono per abbandono dei frequentatori: nessuno c’è maistato, si cancellano i nomi sui carnet, si perde la memoria, si strizza l’occhio alla Vandea».

Come le è sembrato il discorso di Bossi?

«Oggi era il giorno di Umberto. C’èmolta più saggezza e lungimiranza in quello che ha detto e dice Bossi, rispetto a quello che dicono tutti gli altri. La realtà è che i popoli sono scesi in campo e hanno spazzato via tutto il resto. A questo punto, se si vuole il bene dell’Europa, una preghiera: basta con gli appelli di regime. Uno che pensa che il problema si risolva con gli appelli non ha capito nulla».

A proposito di appelli: ne è stato lanciato uno qualche giorno fa da un club di economisti italiani. Pare abbia già raccolto 143 firme. Che ne pensa?

«Considerando i ruoli accademici e la loro latitudine, mi stupirebbe che, al momento in cui le mi sta facendo la domanda, non siano già 243. Per il bene dell’Europa è bene che stiano zitti. Se questa èla medicina, il prossimo referendum chiude con il 243 per cento di No. L’appello dei 143 economisti fa rimpiangere i tecnocrati. Trovo tout courtsignificativo che quell’appello – almeno fino a quest’ora – non sia stato sottoscritto da Tommaso Padoa Schioppa, un economista che ha idee radicalmente diverse dalle mie, ma che è una persona seria. È arrivato il momento della serietàe, ripeto, non trovo serio quell’appello».

I prodotti cinesi hanno invaso il mercato europeo. Lei ha partecipato alla protesta dei calzaturieri a Bruxelles, ma i mercati sotto attacco si moltiplicano. Abbiamo sottovalutato il drago cinese?

«L’Europa ha fatto l’accordo con la Cina nel 2000 e la Cina è entrata nel Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio, ndr) nel 2001. Citerò Marx: Lo stregone libera forze che non riesce più a dominare. Èstata una follia ideologica aprire il mercato mondiale al commercio».

Lei sta suggerendo di cambiare le regole del Wto?

«Bisogna riaprire quella partita. Èfondamentale una riflessione politica Si sta andando verso un mercatismo suicida e, mi creda, l’Occidente invece ha tutti i margini – nel Wto – per rigovernare questo processo».

E gli Stati Uniti dalla parte di chi staranno?

«L’Europa e l’America, insieme, devono riflettere seriamente su ciò che sta accadendo. E l’Europa deve fare come gli Stati Uniti e varare delle politiche di protezione».

Ma l’Europa in questo momento appare quanto mai divisa e in crisi.

«Il progetto o è europeo o non è. O è forte o non è. Non basta un’aspirina».

Le politiche protezionistiche da sole non bastano. Lei è d’accordo?

«L’imperativo è primum vivere, poi è chiaro che proteggersi è insufficiente, bisogna anche riconvertirsi. Ma riconvertirsi senza proteggersi è impossibile. Nessuno Stato si può proteggere da solo, nessuno Stato si può riconvertire da solo. Serve una riconversione, congiunta, su scala europea».

Prodi le ha rimproverato di aver detto durante una conferenza a Oxford nel 1999 le seguenti parole: «All’euro non vi sono alternative».

«Prodi ha usato un mio dibattito alla Oxford Union Society per dire che io ero pro-euro. È vero che io nel 1999 partecipai a un appuntamento della Oxford Union, ma Prodi ignora completamente che quella non èuna sede di conferenze, ma una debating society dove il gioco è di spararla più grossa. Tanto per far intendere di cosa parliamo: la Oxford Union è il luogo dove gli studenti – e così si comprende quanto sia spinto il gioco dialettico – in una disputa votarono contro Churchill a favore di Hitler. Parliamo degli stessi che poi si fecero uccidere dai tedeschi in volo sugli Spitfire. La Oxford Union non èun luogo da conferenza, ma da dibattito e per vincere forzi tutto. È un luogo suggestivo, di grande fascino. Sa chi era il mio avversario in quella disputa dialettica? Il grande scrittore inglese Frederick Forsyth».

Sempre Prodi dice che lei l’8 marzo del 2003 ha detto: «L’operazione di cambio della lira all’euro è andata molto bene».

«Prodi dice che quella frase è del 2003? In realtà èdel marzo 2002 e non è sull’Euro, ma sul changeover. La domanda era: è andata bene o male l’operazione? La risposta era: tecnicamente è andata benissimo. E infatti era vero. La risposta era: ho un po’ di nostalgia della lira ma tecnicamente èandata bene. Bene per lo Stato, ma non tanto bene per l’economia, per le imprese (supervalutazione) e per le famiglie (caos). Prodi può truccare le carte ma la realtà è un’altra. Èsurreale vedere l’eurovedovo Prodi darmi dell’euro-ottimista quando mi ha sempre dato dell’europessimista».

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Pera: ecco perchè non ha vinto Ruini. Intervista al Presidente del Senato

Jun 18 2005 Published by Mario Sechi under Europa, Italia, Religioni e politica

Mario Sechi

Il Giornale, sabato 18 giugno 2005.

Presidente Marcello Pera, lei nel referendum sulla procreazione ha sostenuto l’astensione. Gli italiani hanno disertato le urne, quale insegnamento arriva da questo non voto che però è una netta scelta di campo?

“Il significato che io avevo dato a questa mia dichiarazione di astensione era quella di una moratoria morale di fronte ai problemi posti dalle legge 40 e un omaggio alla democrazia parlamentare. Moratoria morale perché la legge tratta di temi molto complicati, ma soprattutto in evoluzione per il fatto che gli sviluppi tecnologici sono rapidi e rappresentano altrettante sfide per la coscienza di ciascuno. Perciò, mi ero detto, conserviamo il risultato di compromesso uscito dal Parlamento, facciamolo entrare in vigore e diamoci un tempo congruo per fare le verifiche. Questo è anche omaggio alla democrazia parlamentare dal momento che bisognava tenere in considerazione diverse esigenze e diversi diritti, compreso quello dell’embrione».

Si è detto che questa sia stata una vittoria del Cardinale Camillo Ruini. E’ vero?

«No, io non ritengo che sia una vittoria del Cardinale Ruini e credo che non le pensi neanche lui. Non ritengo nemmeno che sia una vittoria della Chiesa e, con tutto il rispetto, nemmeno del Sommo Pontefice. A me pare invece una vittoria di quei cittadini, che sempre più intrisi di sentimenti religiosi e interessi spirituali – di cui vedo una rinascita – di fronte a questi problemi hanno pensato che si fosse raggiunto il limite compatibile e attualmente possibile. Esiste una religiosità diffusa in Italia e in altre parti dell’Occidente, di cui a lungo non si è tenuto conto, che è merito del Cardinal Ruini e della Chiesa aver interpretato, ma che va oltre l’obbedienza stretta dei fedeli. Questi sono i cittadini che hanno vinto”.

Dunque è un fatto culturale?

«Secondo me sì. C’è in Italia una preoccupazione spirituale e religiosa di gran lunga superiore a quella che c’è in gran parte dell’Europa. Questi cittadini sono stati svegliati a questa rinascita da Papa Giovanni Paolo II, da Papa Ratzinger, dal Cardinale Ruini e da alcuni altri cardinali e vescovi. Interessante è che questo risveglio religioso coinvolge non soltanto i credenti in senso stretto, ma anche una buona parte del mondo laico. Altrimenti non ci potremmo spiegare un’astensione così alta. Intestare la vittoria a questo o a quel soggetto, al Cardinale Ruini, o al presidente del Senato o al Presidente della Camera sarebbe un errore. In quest’astensione vedo inoltre una preoccupazione nei confronti della scienza che è stata “predicata” in modo spesso superficiale o addirittura in modo arrogante. Talvolta non da veri scienziati, i quali conoscono meglio di altri i limiti della scienza, ma da praticanti la scienza – ginecologi, oncologi, predicatori di varia natura – che in nome di presunti illuminati e sempre benefici diritti della scienza hanno impaurito l’opinione pubblica».

Si può parlare di un ritorno della politica dei valori?

«In senso stretto non c’è una politica dei valori. C’è e ci deve essere una politica ispirata a valori o, meglio ancora, a principi, per usare un’espressione laica anziché una etica. Quando si parla di valori non dobbiamo dimenticarci che in questa landa europea dell’Occidente, i valori che ci ispirano vengono da una lunghissima tradizione. Alcuni sono scesi dal monte Sinai, altri sono ascesi al monte Golgota. Questi valori sono l’atto battesimale dell’Occidente e dell’Europa. Non c’è bisogno di una politica di questi valori, ma di una politica attenta a questi valori e soprattutto che non sia negatrice di essi».

C’è chi sostiene che in fondo il presidente Bush ha vinto le elezioni su questo terreno: matrimoni gay, aborto, limiti alla ricerca. Siamo di fronte a un modello da imitare?

«No, io penso che sia un modello su cui riflettere. L’America si è risvegliata per prima e così,prima di altri paesi occidentali, ha rivendicato una sua identità. L’esempio americano dimostra che in questione non è “la Chiesa”, ma una religiosità diffusa che va al di là delle singole chiese. Per questo la politica, se non vuole essere miope, o addirittura prevaricatrice, non può più prescindere dalla consapevolezza che questi sono valori diffusi».

Tre eventi in successione: l’elezione di Papa Benedetto XVI, il No di Francia e Olanda alla Costituzione Ue e la vittoria dell’astensione al referendum sulla procreazione in Italia. C’è un filo comune?

«C’è come dicevo prima, un risveglio spirituale che assume varie forme: in particolare in America e ora anche in Italia, assai più che in Spagna e in Francia vi è un’inversione rispetto alla cultura della resa, o del compromesso o dell’appeasement nei confronti della modernità ipersecolarizzata, che aveva colpito anche una parte della Chiesa cattolica. In altri termini si è dimostrato che il relativismo è molto chic, ma non paga».

Che fine farà la Costituzione europea?

«Attualmente mi sembra che sia stata crioconservata, come se fosse soprannumeraria. Ho l’impressione che quella Costituzione sia stata troppo frettolosa e troppo ambiziosa. Troppo frettolosa, perché si sono messi rapidamente insieme Paesi che non hanno gli stessi standard economici e che presentano divisioni su temi importanti come, per esempio, la politica estera, la politica militare, le relazioni euroatlantiche. Troppo ambiziosa, perché non si può far calare dall’alto – in modo costruttivistico – un’architettura giuridica di cui i cittadini non erano consapevoli».

Quasi tutti i giornali erano per il Sì al referendum. Così pure gli intellettuali. Il popolo invece è rimasto a casa. Come si è potuta provocare una frattura così ampia e una così grande incapacità di capire il sentimento degli italiani?

«Temo che gli intellettuali – comprendendo in questa espressione anche gli opinionisti e non solo gli insegnanti universitari – abbiano una tendenza sempre più spiccata a scrivere articoli e libri leggendo solo i propri articoli e i propri libri. Penso che dovrebbero riflettere di più, non stando appollaiati sulle spalle di altri pensatori – anche se fossero classici – ma spalancando le finestre, o camminando sui marciapiedi. È là che si sentono e si vedono i problemi reali. Questa pigrizia intellettuale ha fatto sì che essi si siano rinchiusi in case popolate di specchi che li hanno moltiplicati, facendo loro credere di essere una massa sterminata. L’astensione al referendum è stata anche la sconfitta di questa cultura del recinto, della mancanza di umiltà, e di riflessione sul mondo che sta cambiando. Soprattutto credo che non sia stata compresa, talvolta addirittura ignorata e molto spesso derisa, questa rinascita religiosa e spirituale dell’Occidente».

A proposito di snobismo intellettuale. C’è chi ha detto che il Mezzogiorno non è andato alle urne perché meno istruito e in fondo, nel Sud, è la Chiesa che comanda…

«Mi sembra che si vada di male in peggio. Si passa dalla ragion pigra alla ragion astiosa. Considero questo giudizio una forma di razzismo intellettuale anti-italiano».

Si è discusso anche sulla rinascita dell’unità politica dei cattolici. È possibile un progetto neocentrista?

«Chi lo avesse in mente – e mi pare che sia nella testa soltanto di qualche nostalgico di partiti defunti – sbaglierebbe l’interpretazione del risultato referendario. A vincere quel referendum sono stati sia laici che credenti. E per paradosso, devo dire, che sarebbe stata semmai la vittoria del Sì, a indurre alla costituzione di un partito cattolico, per una reazione di autotutela o di autodifesa. La grande novità del voto del 13 giugno è di aver mostrato che quella tra laici e cattolici è una vecchia distinzione non più adeguata alla realtà. Un partito che voglia farsi orecchio attento dei sentimenti della gente, è un partito che ha dentro di sé tanto laici quanto cattolici».

Quale dovrebbe essere il programma di un partito unitario del centrodestra?

«Un partito che facesse proprie le cose sin qui dette, sarebbe già a metà dell’opera. Perché avrebbe già definito una cornice di carattere culturale. Invece un partito unitario che pensasse di basarsi su principi esclusivamente cattolici, escludendo i laici o viceversa, non sarebbe un partito adeguato al risultato del referendum».

Lei si sente un crociato?

«No. E per la verità, nemmeno un crociano. Croce fu il celebre inventore della formula,che io trovo molto pigra, del “perché non possiamo non dirci cristiani”. Non mi sento né sono neanche un convertito, mi sento però uno che ha attenzione verso la realtà che cambia e sono tra coloro che riconoscono che la propria identità ha origini dal Sinai e dal Golgota».

Lei è uno degli ispiratori della Fondazione Magna Carta, che in pochi anni è diventato uno dei pensatoi più influenti del centrodestra. In America i think tank hanno un peso decisivo nella politica, sarà così anche in Italia?

“Di Magna Carta sono onorato di essere il presidente onorario. È una novità importante. È un luogo di elaborazione culturale che insiste anche sul superamento della divisioni tra laici e cattolici. Gli aderenti di Magna Carta già un anno fa in un convegno hanno chiesto il superamento delle barriere: mettendosi in discussione come laici liberali ma chiedendo ai credenti e alla Chiesa di interrogarsi su un risveglio religioso che va oltre le aspettative della Chiesa medesima».

Avete un appuntamento a Norcia?

«Sono stato invitato a Norcia. Norcia, dopo l’elezione di Benedetto XVI, è un luogo emblematico. Sia per quanto riguarda le implicazioni sulla cultura e la politica europea sia perché Norcia richiama Benedetto e dunque evoca l’evangelizzazione dell’Europa».

Il presidente Casini ha confessato pubblicamente: «La prima persona con cui ha parlato di astensione è stato Pera». Esiste l’asse Pera-Casini?

«Ho letto due volte l’intervista del presidente Casini. E mi sono irritato perché non ho trovato nemmeno una virgola da correggere La penso esattamente come lui, anche sulla circostanza che abbiamo entrambi un cattivo carattere. Finalmente abbiamo scoperto il problema. E abbiamo così constato una convergenza su questioni di sostanza. Vediamo, dopo gli embrioni, come ce la caviamo con gli adulti».

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L’Elefantino e la Gallina. Lite Pera-Ferrara

Jun 15 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Mario Sechi

Il Giornale, mercoledì 15 giugno 2005.

Se l’Elefantino barrisce, la Gallina deposita il suo uovo. Non siamo alla guerra dei topi e delle rane della classicità greca, ma per un cronista lo scontro a distanza tra Giuliano Ferrara e Marcello Pera è pur sempre una notizia per la quale val la pena intingere il pennino. Il terreno della contesa è quello del referendum, l’oggetto dello scontro è la primogenitura dell’alleanza laici-cattolici. Ferrara ha trasfigurato il suo Foglio in un giornale dai toni biblici, brandisce la durlindana contro gli infedeli, orna la sua corazza con le insegne prima del Soglio e poi del Figlio, si è fatto profeta del popolo di Cl in processione a Loreto. Dall’altra parte del guado c’è Marcello Pera, filosofo laico, coautore con Papa Benedetto XVI di un libro intitolato «Senza radici». Pera è la seconda carica dello Stato che in Senato il Natale scorso ha messo su un presepe e non più il «pagano» abete. Coriandoli di due intelligenze che, misurandosi sull’incandescente terreno dei valori morali, sono entrate in rotta di collisione. Il fuoco l’ha aperto, a sorpresa, Ferrara il day after la disfatta referendaria con un’intervista al Corriere della Sera. Barriva l’Elefantino: «Non sono Pera, che arriva a dir le cose giuste solo dopo aver detto quelle sbagliate. Nelle guerre culturali avere Pera dalla tua parte ti indebolisce». Colpi di zanna, seppur d’avorio. Passano ventiquattr’ore, silenzio da Palazzo Madama. Qualcosa però si covava. E quando sembrava tornato il sereno all’improvviso il gallo canta e la gallina sforna «L’uovo di giornata», una rubrica nuova di zecca sul sito Internet della Fondazione Magna Carta (www.magna-carta.it), il pensatoio liberale di cui Marcello Pera è l’ispiratore. E se prima era una carica di elefanti, ora sono colpi di becco e graffi di ruvida zampa. «Una volta erano i cortei, oggi sono le processioni, ma Giuliano Ferrara è sempre lo stesso. Una volta erano bandiere rosse e striscioni, oggi sono ceri e crocefissi, ma Ferrara è ancora lo stesso» è l’incipit di un corsivo che resterà negli annali delle amicizie che finiscono a torte in faccia. E se l’Elefantino rimproverava a Pera il suo passato, ecco riemergere la Storia di Giuliano: «La strada che lo ha portato da Berlinguer a Craxi, passando a Berlusconi per poi arrivare a Ruini è un percorso dritto, rintracciato con il suo gran fiuto politico, con il suo naso per il potere e per l’egemonia. Giuliano è un asso nell’andare a braccetto con il potere: sbaglia chi gli imputa voltagabbanismi o tradimenti, la sua fedeltà è adamantina, ma le persone non c’entrano: sono sovrastrutture. Conta la ciccia. Solo attenzione a perdere, si perde anche Giuliano».Infine, il colpo di piatti, un flash back sul Ferrara non astensionista che con una lettera al cardinal Camillo Ruini il 2 febbraio scorso si lamentava: «Non è così che si mobilitano, prima che le persone, le idee e le motivazioni di una battaglia di ragione, che alla fine si rischia di perdere senza avere nemmeno combattuto». Beccate che celebrano online il tramonto di un sodalizio antico e per Ferrara assai fortunato. Perché nel Palazzo si ricorda che fu Pera, allora semplice parlamentare di Forza Italia, a costituire con Marco Boato quel movimento chiamato «Convenzione per la giustizia» di cui il Foglio – a quei tempi ancor lontano dall’esser Soglio e Figlio – si definisce nella gerenza «organo». È grazie a quella piccola scritta, all’impercettibile «organo», che il giornale di Ferrara incassa il contributo pubblico per i giornali di partito. Non cura l’anima, ma certamente i bilanci sì.

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Pera-Casini: storia dell’asse che ha piegato il fronte del Sì

Jun 14 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Mario Sechi

Il Giornale, martedì 14 giugno 2005.

Sono scesi in campo sfidando le ire dell’opposizione. Come istituzione hanno difeso il Parlamento che fa leggi, come cittadini i loro profondi convincimenti morali. Un laico e un cattolico, un filosofo della politica e un professionista della politica, un attento studioso delle ideologie e un raffinato tessitore di relazioni,il presidente del Senato e il presidente della Camera, Marcello Pera e Pierferdinando Casini. Sono stati i bersagli di una campagna referendaria giocata dalla sinistra con colpi sotto la cintola. Piero Fassino aveva scelto di usare come scudo il voto di Ciampi per dire che le argomentazioni di Pera e Casini a sostegno dell’astensione erano «deboli». Ieri il presidente della Camera ha colto la palla al balzo e, al tonfo del Sì, ha esternato: «Gli elettori italiani hanno compiuto una scelta libera in merito al referendum sulla procreazione assistita. Il popolo italiano si è espresso: ciascun elettore consapevole ha liberamente scelto se recarsi alle urne o esercitare il proprio diritto all’astensione». Fin qui, la parte istituzionale, poi un affondo, destinatario il segretario ds: «Chi ha seguito quest’ultima strada con piena cognizione, ha inteso difendere una legge del Parlamento che ha comunque colmato il vuoto normativo esistente. Non sta a me dare giudizi: mi auguro che, finita la campagna referendaria, ci sia in futuro maggiore rispetto per le persone e le opinioni». Casini e Pera tessono una tela diplomatica ormai parallela. Leader di partito il primo, ideologo e punto di riferimento di un’area culturale che attraversa tutto lo schieramento del centrodestra il secondo, da mesi hanno costituito un’asse inedito nella storia repubblicana. Il rapporto con il Quirinale da tempo non si basa più sulla vecchia versione del triangolo istituzionale, ma è dialettico e se Ciampi resta il punto di riferimento e l’apice del triangolo, i due lati di Camera e Senato non giocano l’uno contro l’altro ma intendono dire la loro sulla dimensione che di volta in volta il triangolo deve assumere. È un’intesa che viene da lontano, dalla fine del 2004, quando il messaggio di Ciampi sulla riforma della giustizia toccò il delicatissimo tema del drafting legislativo. Le leggi sono scritte male e con troppi commi, disse Ciampi. Pera prese il messaggio del Quirinale, lo valutò, lo discusse, dedicò al tema una riunione straordinaria della commissione del regolamento del Senato. Il risultato fu lapidario: non vi erano profili di incostituzionalità per una pratica antica. Anche Ciampi, d’altro canto, l’aveva a suo tempo utilizzata. Su questo punto si saldò l’asse con Casini. Poco tempo dopo, la collisione tra Parlamento e Consiglio superiore della magistratura fu un altro banco di prova dell’intesa. Quando il Csm pretese di farsi terza Camera dello Stato e arrogarsi il diritto di stoppare la formazione delle leggi con un’opera di contrasto illegittima, Pera e Casini agirono all’unisono, chiedendo a Ciampi – che è presidente del Csm – di far valere la sua moral suasion nei confronti di Palazzo de’ Marescialli. Casini non nascose la sua «irritazione», Pera mise in moto il suo staff di giuristi per ricordare al vicepresidente del Csm Virginio Rognoni che il Parlamento è sovrano e non possono esistere né pareri preventivi né veti da parte dell’organo di autogoverno della magistratura. Da quel momento in poi il rapporto tra Pera e Casini si è saldato anche sull’amicizia personale. Sintonia che si riverbera sugli staff dei due presidenti che – anche quando non si sentono – sembrano naturalmente coordinati. I presidenti hanno una visione comune sul tema dei poteri forti e delle oligarchie irresponsabili. E Casini non aveva esitato a criticare i «poteri invisibili» proprio di fronte a una platea di industriali. Quei poteri di cui fa parte anche Antonio Fazio, governatore di Bankitalia che ieri è salito a Montecitorio per incontrare proprio lui, il tessitore Casini, per «parlare di temi economici». L’ultima tappa della marcia dei due presidenti è stata quella del referendum sulla procreazione. Partendo da visioni del mondo differenti, da biografie distanti e esperienze diverse (l’Università e la vita di partito), Pera e Casini sono giunti a conclusioni condivise: il tema della vita non è materia da referendum. E se Pera, partendo dai suoi dialoghi con Papa Benedetto XVI, ha elaborato la sua posizione da uomo che non vuol restare «senza radici» (è non caso il titolo del suo libro con Ratzinger) in un’Europa che ha bisogno di riscoprire l’identità e rafforzare il suo rapporto con la grande tradizione liberale dell’America, Casini ha tratto il suo dado dopo aver pesato la sua storia personale, l’insegnamento democristiano, e una visione del futuro quadro politico italiano che non può prescindere dalla Chiesa come istituzione e fatto culturale. Entrambi sono vincitori, entrambi giocheranno un ruolo fondamentale nel futuro prossimo di un centrodestra che ha bisogno di premiership, leadership e di una potente ideologia.

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Il referendum sulla vita e l’Italia a due velocità

Jun 13 2005 Published by Mario Sechi under Europa, Italia

Mario Sechi

Il Giornale, lunedì 13 giugno 2005.

Un’Italia che non si mobilita «per il Sì alla vita» e in maggioranza si astiene perché pensa che «la vita non può essere messa ai voti». Un’Italia a due velocità, con il Nord che va alle urne più del Sud e delle isole, un’Italia con la città più «progressista» e la provincia più «tradizionalista».
I dati sono ancora parziali, la giornata odierna completerà il quadro, ma la prima lettura del voto referendario lascia intuire parecchie cose sulle trasformazioni della società italiana. Il referendum sulla procreazione è sull’accidentato sentiero del fiasco. I dati sull’affluenza ieri erano lapidari: il 4,6% alle tre del pomeriggio, il 13,3% alle sette della sera, poco più del 18% alle 22. Percentuali che rasentano il minimo storico. Alla luce dei numeri e voltandosi indietro per guardare alla campagna referendaria, emerge uno scenario per cui ciò che pensa il Paese reale coincide sempre meno con le idee degli opinion makers e delle élites intellettuali. Ieri gli italiani hanno forse riscoperto le loro radici millenarie, perché se è vero che lo Stato è laico e la società secolarizzata, è altrettanto vero che questo voto boccia il credo laicista e il totem dello scientismo sganciato dai valori morali. Nei giorni scorsi Il Riformista aveva accarezzato l’idea della Chiesa come «minoranza» ininfluente nel Paese, questo referendum certifica che quella «minoranza» si è ricompattata intorno all’ideale della vita e apre nuovi scenari sul futuro impegno dei cattolici in politica.

L’Italia a due velocità.

L’analisi del voto da Milano a Palermo, passando per Roma e facendo tappa a Cagliari, lascia pochi dubbi. Al Nord gli elettori sono stati più sensibili al richiamo dell’urna. I valori sono sostanzialmente omogenei per tutti e quattro i quesiti. Le regioni settentrionali e centrali sono state più reattive, il Meridione e le isole hanno scelto la via dell’astensione e, probabilmente, avranno un effetto decisivo sul voto. Il dato dell’affluenza alle 22 di ieri fotografava la situazione: il Nord segnava un 22,3 di votanti, il Centro il 24%, mentre nel Sud e nelle isole aveva votato rispettivamente il 10,6% e l’12,8% degli elettori. Non mancheranno le polemiche, c’è da attendersi più di un commento sulla «questione meridionale» e il referendum.

La città e la provincia.

Come non si può pensare che New York sia il paradigma dell’America, così Roma non è lo specchio del Paese. Si è sempre parlato della «provincia italiana» come il ventre della nostra società. Il voto conferma tendenze molto chiare: le metropoli si sentono più liberal, ma nei piccoli centri dove più forti sono i legami della famiglia, le comunità hanno un’identità e la Chiesa è ancora un punto di riferimento, il referendum è stato colto come una minaccia allo status quo, un colpo di piccone sui pilastri che sorreggono l’esistenza. È per queste ragioni che in una città come Milano alle 22 votava circa il 26% degli elettori e invece – restando sempre nella ricca Lombardia – a Como, Bergamo e Brescia non si arrivava al 16%. Per le stesse ragioni Roma alle 22 segnava il 25,4%, ma Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo oscillavano ancora tra il 14 e il 18%. Il non voto del Veneto (18%) o di città come Brescia (15,6%), inoltre, riscopre le radici antiche, cattoliche, delle «regioni bianche» che sembravano cancellate. Se New York non decide le elezioni del Presidente in America, Roma non fa il quorum in Italia.

Le regioni rosse.

La mobilitazione di partito si è fatta sentire nelle regioni rosse. La macchina dei Ds si è messa in moto e alle 22 in Emilia Romagna aveva votato il 31%, in Toscana il 28,9% e in Liguria il 23,2. Cifre importanti rispetto a quelle di altre regioni ma, al di fuori delle roccaforti, il blocco elettorale della sinistra si è sfaldato. Molti sostenitori della Quercia di fronte a una scelta che tocca temi profondi – l’origine stessa della vita – hanno scelto l’astensione. Una sconfitta bruciante per Fassino. Su questi temi al Botteghino avranno modo di riflettere, mentre Prodi dovrà dire addio all’asse con il Vaticano, ora il rapporto dell’opposizione con Oltretevere è nelle mani di Rutelli.

Lo strumento del referendum.

Oggi si potranno tirare le somme del voto, ma è lampante che lo strumento del referendum ha bisogno di esser cambiato profondamente. Mezzo milione di firme non sono sufficienti per dare un valore erga omnes a quesiti come quelli sulla morte e sulla vita dell’uomo. Quando la Chiesa, con il vicario di Roma cardinal Camillo Ruini, dice «abbiamo dovuto difenderci» certifica l’anomalia della minoranza che vuol imporre la sua visione del mondo alla maggioranza. Le stesse materie da sottoporre a referendum forse dovranno essere riviste. È il Parlamento che fa le leggi, il referendum non è la via ordinaria, ma straordinaria. È un’altra grave (e non richiesta) sconfitta di Marco Pannella. Dietro i numeri della consultazione, sono in gioco non solo singole carriere di leader politici, ma la natura stessa delle alleanze di centrodestra e centrosinistra e il loro rapporto con la Santa Sede guidata da un Papa, Benedetto XVI, che dopo aver alzato l’indice contro il relativismo, da oggi potrebbe essere ancora più influente, pur facendo a meno del controllo di partiti o di antichi privilegi.

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La Quarta Guerra Mondiale e il dibattito politico italiano sul terrorismo

Jun 09 2005 Published by Mario Sechi under America, Difesa e Intelligence, Europa, Libri, Medio Oriente

(clicca qui per vedere e ascoltare il dibattito su Radio Radicale)

Roma, 9 giugno 2005.

Presentazione del libro di Antonio e Gianni Cipriani edito da Sperling & Kupfer. Palazzo Marini. Dibattito nella sala delle Colonne con il sindaco di Roma Walter Veltroni, il direttore del Sismi Nicolò Pollari, la giornalista Giuliana Sgrena, la signora Rosa Calipari e gli autori del saggio. Presenta il libro e modera il dibattito Mario Sechi.

Cominciamo dal titolo di questo libro.
I titoli ovviamente sono il frutto di un mix tra marketing e contenuto. Nella saggistica, servono a catturare il lettore in libreria e a indicare subito l’argomento di cui trattano. Possono essere evocativi, equivoci, furbi, strizzare l’occhio a un pubblico militante o meno, in questo caso il titolo è esplicito e indica fin dal primo momento che siamo di fronte a “una nuova guerra mondiale”. Si tratta di una novità importante nel panorama saggistico italiano dedicato al terrorismo che – lasciatemelo dire riprendendo il titolo di un famoso libro di Marcuse – è “a una dimensione” (e vi lascio immaginare quale).

La Quarta Guerra Mondiale.

I fratelli Cipriani hanno scritto una vera e propria guida sulla nuova guerra mondiale e mentre la scrivevano si sono sempre più avvicinati ad alcune teorie del pensiero neoconservatore sulla guerra e il terrorismo. Negli Stati Uniti si parla e si scrive da tempo di Quarta Guerra Mondiale. Dove la Prima e la Seconda furono le due guerre moderne, la Terza la cosiddetta Guerra Fredda e la Quarta quella globale contro il terrorismo, appunto la Nuova Guerra Mondiale di cui parla questo libro.
Vorrei sgombrare subito il campo da equivoci: gli autori non sono certo due falchi di Washington, ma leggendo queste pagine ho ritrovato molte buone ragioni per pensare che in fondo, anche loro, ritengano davvero quello in atto un confronto al quale non si può sfuggire, terribile e – purtroppo – allo stato attuale permanente.
Il terrorismo non nasce improvvisamente l’11 settembre del 2001 con l’attacco alle Twin Towers. E non continua o aumenta con la guerra in Afganistan prima e in Irak poi. Il fenomeno del terrorismo viene da lontano. E tutti i presidenti degli Stati Uniti – il Paese più coinvolto in questa guerra – hanno usato sostanzialmente gli stessi metodi. Non c’è grande distinzione tra democratici e repubblicani. Si comincia con Nixon nel 1970 e si continua con Gerald Ford, Jimmy Carter, Ronald Reagan, Bush sr. Bill Clinton e Bush jr.
Al Qaeda non si è accanita contro George W. Bush improvvisamente. Pensate alla presidenza Clinton. Ecco una cronologia istruttiva:

Gennaio 1993: Clinton diventa presidente.

26 Febbraio 1993: a soli 38 giorni dall’insediamento di Clinton esplode un camion nel parcheggio del World Trade Center a New York. Sei morti e mille feriti. Sei musulmani vengono arrestati e processati. Già da allora il direttore della Cia Woolsey sospettava il coinvolgimento di una rete islamica del terrore con base in Sudan, Al Qaeda. L’amministrazione Clinton trattò il problema come l’azione di criminali comuni.

Aprile 1993: due mesi dopo l’attacco a New York l’ex presidente Bush sr. Si reca in Kuwait e scampa a un attentato degli agenti dell’intelligence irachena. L’amministrazione Clinton perde due mesi di tempo alla ricerca dell’autorizzazione delle Nazioni Unite per reagire contro l’Irak. Risultato: un paio di missili cruise vengono sparati su Bagdad e colpiscono un paio di palazzi vuoti nel cuore della notte.

Marzo 1995: un furgone diretto al consolato americano a Karachi, Pachistan, viene preso di mira dai terroristi: due diplomatici americani ucciso, un terzo ferito.

Novembre 1995: esplode un’autobomba a Riad, in Arabia Saudita, accanto a un palazzo dove vivono militari statunitensi. Muoiono cinque americani.

Giugno 1996: un camion bomba esplode vicino alle Khobar Towers di Dhahran, in Arabia Saudita. Nelle torri abita il personale militare americano. Muoiono 19 soldati dell’aeronautica e altri 240 sono feriti.

Glugno 1998: delle granate esplodono senza successo contro l’ambasciata americana a Beirut.

Agosto 1998: in un solo giorno esplodono autobomba in Kenya e Tanzania colpendo le ambasciate americane. Muoiono 200 persone, molti sono americani. E’ certo che questa azione è firmata da Al Qaeda. Clinton – che nel frattempo è immerso nel caso Lewinsky – spara un paio di missile cruise su un campo di addestramento in Afganistan e su un palazzo in Sudan, dove si suppone Bin Laden sia presente e abbia la sua base. Bin Laden scappa e nel frattempo pare che l’obiettivo in Sudan non fosse una fabbrica di armi chimiche ma una normale fabbrica di farmaci.

Dopo questo fiasco totale, Clinton rinuncia di fatto a contrastare Al Qaeda e il numero uno della Cia, Woolsey, si dimette dopo aver mandato un brief al Presidente che diceva così: “Faccia qualcosa per mostrare che è cosciente di ciò che accade. Lanci dei missili nel deserto, arresti delle persone. Ma faccia qualcosa”.

Risultato: Bin Laden il 12 ottobre del 2000 attacca in Yemen la nave USS Cole. Muoiono 17 soldati i feriti sono 39.

Il resto è storia che purtroppo ricordiamo tutti.

La Storia.

Se questa è la sommaria storia recente del terrorismo che viene da lontano, è altrettanto chiaro che da lontano viene la dottrina della guerra preventiva. Il presidente George W. Bush non ha inventato niente di nuovo.
Un bellissimo saggio di John Lewis Gaddis, docente di Storia e Scienze politiche a Yale, intitolato Surprise, Security and the American Experience spiega che la dottrina della prevenzione è un problema di sempre negli Stati Uniti. Fin dai padri fondatori. Nel 1818 il presidente Adams invase la Florida spagnola dopo aver subito una serie di attacchi dagli indiani Seminoles e Creeks. Il territorio era spagnolo, ma gli americani rivendicarono il diritto di agire preventivamente per difendere i loro confini e arrivarono a suggerire agli spagnoli la cessione della Florida “derelitta e aperta all’occupazione di ogni nemico degli Stati Uniti”. Dietro il termine “derelitta” si nasconde il primo ragionamento sulla teoria degli Stati falliti. La dottrina della prevenzione serviva a giustificare l’espansione. Così arrivarono le annessioni del Texas nel 1845 e le conseguenti azioni in Arizona, New Mexico, Colorado, Utah, Nevada e California. Colti da un altro attacco a sorpresa, nel febbraio del 1898, gli Stati Uniti persero la nave da guerra U.S.S. Maine ancorata a L’Avana. Ci fu un’esplosione, non era chiaro se fosse un incidente, ma due mesi dopo gli americani dichiararono guerra agli spagnoli. Nel frattempo avevano già preparato i piani per un’azione preventiva contro la flotta spagnola ancorata a Manila, nelle isole Filippine. L’attacco avvenne regolarmente nel maggio 1898. Due decenni dopo, Theodore Roosevelt, William Howard Taft e Woodrow Wilson usarono la dottrina della guerra preventiva per intervenire in Venezuela, Repubblica Dominicana, Haiti, Nicaragua e Messico. Tutti paesi instabili aperti all’invasione di un potenziale nemico degli Stati Uniti. In quel caso, la Germania.

Il Presente.

L’anno scorso ho avuto la fortuna di intervistare Richard D. Clarke, national security advisor con Bill Clinton e – per un breve periodo, fino all’attacco di New York – con Bush. Clarke è l’autore di un libro intitolato “Contro tutti i nemici”, un libello contro l’attuale presidente americano, ha testimoniato alla Commissione d’inchiesta sui fatti dell’11 settembre, ma alla mia domanda “lei è contro la guerra preventiva?”, la risposta è stata limpida: “No, io non sono contro la guerra preventiva, penso che debba essere usata e io ne sono stato uno dei teorici”.
George W. Bush parla per la prima volta in pubblico di azione preventiva in un discorso all’accademia militare di West Point il primo giugno 2002. Questa dottrina viene resa esplicita in un documento ufficiale – il National Security Strategy of the U.S. – nel settembre del 2002 e crea scalpore quando trova la sua diretta applicazione in Irak. Ma non c’è niente di nuovo. Gli Stati Uniti discutono questa opzione dagli anni della Guerra Fredda con l’Unione Sovietica (non vi ricorda niente la frase attacco nucleare preventivo”) e la crisi dei missili a Cuba dell’ottobre del 1962 è citata dall’amministrazione Bush come un chiaro caso di applicazione della dottrina preventiva con l’applicazione del blocco sull’isola di Cuba. Questa per gli americani è una preemptive action. Nel periodo della Guerra Fredda la strategia della deterrenza con l’Urss funzionava e grazie all’equilibrio del terrore i due giganti del mondo non osavano schiacciare il pulsante rosso per il lancio dei missili nucleari. Oggi questo scenario è fuori gioco, la deterrenza con il nemico invisibile che è efficacemente descritto in questo libro è una pistola scarica. Ecco perché nel dicembre 2002 l’amministrazione Bush mette nero su bianco nel National Strategy to Combat Weapons of mass distruction la frase che “se la deterrenza non ha successo le forze militari possono in certi casi ricorrere all’azione preventiva”. Ho citato le armi di distruzione di massa e mi attendo che subito si obietti: ma in Irak non sono state trovate! E’ vero, gli arsenali chimici o nucleari, Saddam forse non li aveva. Ma quelle armi le ha avute e le ha usate contro i curdi in passato. Il dossier della Cia sulle armi di distruzione di massa in Irak era sbagliato. E anche sulla base di questo report si è dato impulso alla guerra. Questo è un punto debole della strategia americana del recente passato, una questione delicatissima che riguarda la qualità dell’azione di intelligence. La Cia, nota a tutti in America e agli appassionati delle spy stories come The Company, ha sbagliato e quel che è peggio ha indotto all’errore anche il Presidente degli Stati Uniti.
Il problema singolare è che Bush è finito sulla graticola degli avversari per colpa della Cia almeno in due occasioni: la prima subito dopo l’attacco dell’11 settembre quando fu pubblicato un report della Cia sul rischio di attacchi da parte di Bin Laden. Il documento in realtà era debolissimo, ma fu usato per dire che il presidente deve sempre tenere in conto i suggerimenti dei servizi segreti. La seconda quando ha utilizzato il report della Cia sulle armi di distruzione di massa per accelerare l’intervento in Irak. Così si è prodotta la paradossale situazione di un Presidente degli Stati Uniti che viene criticato sia quando dà seguito ai consigli dell’intelligence, sia quando non li segue. Francamente c’è qualcosa che non va e, non a caso, Bush ha nominato uno Zar dell’intelligence che dovrebbe coordinare il lavoro delle 15 agenzie americane e riferire direttamente al Presidente. Come rilevano gli autori della Nuova Guerra Mondiale, un buon lavoro di intelligence e di analisi oggi è la chiave per aprire la porta della pace.
Abbiamo la fortuna di avere qui con noi il generale Nicolò Pollari, direttore del Sismi che forse potrà dirci qualcosa in merito. Il nostro servizio segreto riscuote i consensi di tutta la comunità mondiale di intelligence, ma ha poche risorse. La vicenda della liberazione di Giuliana Sgrena e il sacrificio di Nicola Calipari è stata istruttiva. Io credo che si sia definitivamente voltata la pagina di un capitolo di storia in cui i nostri servizi segreti venivano associati a un Altro Stato, a un potere invisibile al servizio di poteri occulti. Si è chiusa l’era delle teorie cospirative. La morte di Nicola Calipari ci ha ricordato che dietro le operazioni in codice ci sono uomini. Che soffrono. Che sono disposti a mettere in gioco la propria vita per salvare quella degli altri.

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