Archive for May, 2005

Il No della Francia e i professionisti dell’europeismo di casa nostra

May 30 2005 Published by Mario Sechi under Europa, Italia

Mario Sechi

Il Giornale, 30 maggio 2005.

Chi ha vinto e chi ha perso?

Perché se in Francia Chirac barcolla, anche in Italia dopo il voto transalpino c’è chi non sta tanto bene e chi se la ride. La bocciatura della Costituzione europea è stata anche il teatro di qualche piccolo imprevisto eppur dolente dramma personale e di altrettante rivincite a lungo covate, aspettate, accarezzate, sognate e poi diventate realtà in una notte che non ti aspetti. «Viva la Francia! Viva Carlo Magno!» diceva un esultante Francesco Cos­siga in versione carolingia. E come non capirlo, l’ex pre­sidente della Repubblica, l’alfiere della battaglia contro l’euroburocrazia. E come non capire il disappunto e «l’amarezza» del pre­sidente in carica, Carlo Azeglio Ciampi, di fronte a un No che manda in frantumi il sogno di un’Europa unita. Ciampi ha puntato tutto il suo magistero sull’importanza della moneta e dell’Unione (Europea), il rifiuto di Parigi certamente non l’ha colto di sorpresa, ma un po’ sperava che dalla città dei lumi giungesse una luce meno fosca. A pochi giorni dal No-day una lettera-appello di Ciampi era stata pubblicata sul Figaro insieme a quelle di altri capi di Stato che avevano a cuore le sorti del ¬. Alla dottrina Ciampi si erano rifatti i «ciampisti», ignari del fatto che sarebbero inciampati. Sembra già remoto l’intervento di Luca Cordero di Montezemolo all’assemblea di Confindustria. Un discorso dove il patto di stabilità non aveva nes­suna responsabilità sulla crisi economica e dove il richiamo ciampiano splendeva più che mai. Ieri Montezemolo ha innestato la retromarcia e chiesto di «approfittarne per cambiare». Qual è la versione giusta? La prima o quella del Montezemolo reloaded dopo il No? Dilemmi sui quali si lambicca anche Romano Prodi, primo ministro di un governo dove Ciampi era a guardia del Tesoro, per cinque lunghi anni pre­sidente della Commis­sione Ue. Una carriera prima illuminata dalle stelle dell’Unione (Europea) e poi finita nella babele dell’Unione. Il No della Francia è anche un No a Prodi, che glissa ma sente il rumore sordo del macigno e pre­cisa, puntualizza e che «c’è qualche equivoco da capire». Equivoco? Sorvola anche Mario Monti, a suo tempo modestamente ribattezzato Super Mario, che ricoprì in Europa una carica non trascurabile: pre­sidente dell’Antitrust europeo. Delle sue formidabili cause contro le multinazionali si ricorda l’inizio, ma la fine ai più è ignota.Il tempo aiuta a dimenticare. Ci pensa Giulio Tremonti a ricordare al volgo da dove viene la compagnia di giro prodiana. Il vicepremier è più allegro che mai, in forma come ai tempi del duello con l’Ulivo.
Allora coniò la battuta su «Visco all’Economia? È come mettere Dracula all’Avis». Galvanizzato dal No, ieri ha rispolverato il registro noir: «Affidare l’Europa o il Paese a questa gente, che ha fatto così tanti errori, è come mandare Hitler all’Onu». Applausi alla legion d’onore. Per un gioco del destino Tremonti condivide il momento di soddisfazione con un suo avversario, il governatore Antonio Fazio. L’Europa che l’ha bacchettato sul risiko bancario ora traballa. Chissà se oggi nelle sue considerazioni troverà spazio un colpo di stiletto all’Europa.
Poco più avanti della sede di Bankitalia, in via Nazionale, c’è il Botteghino di Piero Fas­sino. Musi lunghi. E voglia di parlar d’altro. Bertinotti ricorda a Fas­sino «il fallimento» sulla politica europea, ma il segretario della Quercia entra nella parte dell’osservatore esterno. Parigi è lontana. Anche qui la memoria è mirabilmente corta. Nonostante siano trascorsi pochi giorni, Fas­sino dimentica l’iniziativa dei Ds di Roma che invitavano il popolo italiano a inviare in massa un sms a un amico francese per convincerlo a votare ¬ al referendum
A giudicare dal risultato francese, il tam tam al cellulare messo in piedi dai compagni non ha sortito un bell’effetto. Buone notizie per chi vive a Amsterdam: è certo che l’iniziativa non verrà ripetuta per gli amici olandesi.

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Boeing contro Airbus. Le relazioni transatlantiche alla prova della guerra dei cieli. Gli Usa ricorrono al Wto

May 30 2005 Published by Mario Sechi under America, Europa

Mario Sechi

Il Giornale, 30 maggio 2005.

Le relazioni transatlantiche volano sulle ali di Boeing e Airbus. Lo stato di salute dei rapporti tra Europa e Stati Uniti dipende anche dalla battaglia legale che gli americani hanno ingaggiato sugli aiuti che l’Unione europea ha concesso al consorzio Airbus per il lancio dell’aereo A350. Lo scontro tra Ue e Usa è acceso e potrebbe portare a una serie crisi nel settore commerciale. Il commis­sario europeo Peter Mandelson ha rilanciato una proposta che ora Washington sta esaminando: il taglio del 30 per cento degli aiuti che i governi europei hanno destinato a Airbus per la costruzione dell’A350, il jet del futuro in competizione con il 787 Dreamliner della Boeing. Il portavoce il Mandelson ha specificato che la proposta del commis­sario Ue è concreta e affronta non solo l’importo dei tagli agli aiuti ma anche i tempi per la definizione del contenzioso. Gli Stati dovrebbero dare una risposta nei pros­simi giorni. La partita ha implicazioni seris­sime anche nella politica estera, Tanto che alla Brookings Institution — autorevole think tank di Washington — giovedì pros­simo si terrà un seminario dal titolo eloquente: «La guerra commerciale Boeing. Airbus: conseguenze per le relazioni transatlantiche il commercio globale». Una disputa commerciale rischia di diventare un tema caldo delle relazioni internazionali. E non a caso in Boeing la poltrona di senior vice pre­sident è occupato dall’ambasciatore Tom Pickering, sottosegretario di Stato agli Affari politici fino al 1997. «Il problema dei sus­sidi europei all’Airbus è molto serio, si tratta di una disputa che bisogna risolvere in fretta. I sus­sidi per Airbus sono un vantaggio competitivo» spiega al Giornale l’ambasciatore Pickering, a Roma per una serie di incontri con esponenti della politica e dell’economia.Dagli Stati Uniti arriva il disappunto nei confronti dell’Ue per aver reso nota la proposta di Mandelson: «Siamo estremamente insoddisfatti del fatto che l’Europa abbia parlato con la stampa, questo non aiuta le nostre relazioni e la gestione delle relazioni tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti» ha dichiarato Rich Mills, portavoce dello Us Trade Representative. Saette sulla trattativa che, secondo l’ambasciatore Pickering «senza un accordo finirà certamente con l’apertura di un contenzioso al Wto». Una guerra commerciale che potrebbe inasprirsi ulteriormente se gli Stati Uniti approveranno una legge ad hoc per tagliare le gambe sul mercato interno alle compagnie che ricevono aiuti per il «launch aid». Il Congresso americano ha già dato sostegno alla causa contro Airbus e «manca solo il sì del Senato» conferma l’ambasciatore Pickering Boeing in Italia ha una partnership consolidata con Finmeccanica. I progetti strategici nel settore della Difesa sono in fase avanzata. Recentemente l’azienda italiana, attraverso la sua controllata AgustaWestland, si è aggiudicata in Inghilterra una gara da 355 milioni di euro per l’aggiornamento dei sistemi di puntamento degli elicotteri Apache prodotti proprio dalla Boeing. Pickering conferma che «quella con Finmeccanica è una partnership strategica, l’Italia per noi è un’opportunità eccezionale. L’Italia è interes­sata a sviluppare i suoi sistemi di sorveglianza aerea anche per la sua posizione chiave nel Mediterraneo» e sono in corso colloqui per sviluppare la cooperazione nel settore della Network Centric Warfare. Pickering cita il capo di Stato Maggiore Giampaolo Di Paola che ha più volte ribadito che l’Italia vuole sviluppare un suo sistema. «L’Italia ha un elevato numero di mis­sione di peacekeeping — spiega Pickering — e sono in corso colloqui per la pos­sibile fornitura di un certo numero di elicotteri Ch-47». Il famoso Chinook, l’elicottero per il trasporto delle truppe, fiore all’occhiello di Boeing

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La Francia decide i destini dell’Europa (e speriamo che non se la cavi)

May 29 2005 Published by Mario Sechi under Europa

Quarantadue milioni di francesi oggi andranno alle urne per dire sì o no alla Costituzione europea. Un referendum nato sotto la stella della democrazia e del mito dell’egalitè ora è diventato uno spettro che si aggira per l’Europa. Il fronte del No è favorito nei sondaggi, ma l’esito resta comunque incerto. Una sconfitta l’hanno già incas­sata i profes­sionisti dell’euroretorica che ora, di fronte a una pos­sibile debacle, chiedono addirittura la ripetizione della consultazione in caso di vittoria del No. Si tratta di una ridicolaggine senza pre­cedenti che dimostra come l’Europa degli autocrati è la negazione della storia. Progettare a tavolino un’unione che parte dalla moneta e finisce in sovrastrutture slegate dalla società e percepite dai cittadini come un “potere invisibile” è stato un errore i cui frutti sono sotto gli occhi di tutti. La politica delle nazioni invece di essere incanalata in un dialogo costruttivo per l’Europa è tornata nella forma peggiore: diktat, alleanze sotterranee e reciproci sospetti. Non è il caso in questa sede di aprire il capitolo dolente dell’economia e della politica estera. Aspettiamo il risultato del referendum.
Un’affermazione del No sarebbe una sconfitta non dell’Europa, ma dell’alta burocrazia, dei poteri irresponsabili, delle èlite che hanno usato l’Ue per i propri fini, non sempre nobili.
Una vittoria del ¬ non sposterà di un solo centimetro i problemi che l’Europa si trascina ormai da anni. Ne allungherà soltanto l’agonia di fronte alle sfide della globalizzazione. E non sarà un bello spettacolo.

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Visto da Washington. Per i Neocon è meglio se Parigi dice No all’Ue

May 29 2005 Published by Mario Sechi under America, Europa

Mario Sechi

Il Giornale, 29 maggio 2005.

I tempi del dibattito sulla vecchia e nuova Europa sembrano lontani, la diplomazia americana del second term di Bush ha ricucito lo strappo con la Francia e quello che accade a Parigi negli Stati Uniti è guardato con molto interesse e sentimenti diversi. L’Unione Europea è ancora un’opera in fieri, ma se la Francia dice No (e gli exit poll sembrano senza appello) quell’opera finisce al macero. Dalla Casa Bianca e dal Dipartimento di Stato sono arrivati segnali chiari in favore di un’Europa forte e unita. Condoleezza Rice nel suo ultimo viaggio a Bruxelles non si è certo risparmiata: «È ovvio che dal nostro punto di vista il successo della costruzione dell’Unione europea sia importante». Ma queste sono le frasi «in chiaro» della politica. Per vedere «il criptato» bisogna sintonizzarsi sui canali dei think tank del giro washingtoniano. I neoconservatori guardano al processo di integrazione europea con grande scetticismo. L’American Enterprise Institute (http://www.aei.org/) qualche settimana fa ha organizzato un seminario dal titolo eloquente: «La Costituzione europea: la più grande e attuale minaccia per l’Alleanza Atlantica?». Tra i relatori, Jeffrey Cimbalo, autore nel dicembre scorso di un provocatorio articolo su Foreign Affairs (bibbia delle relazioni internazionali e arena di confronto delle varie scuole della diplomazia americana) intitolato «Salvate la Nato dall’Europa» che ha suscitato un aspro dibattito.Cimbalo sostiene che la Costituzione Ue «diminuisce il potere della Nato. La creazione dell’Agenzia di difesa europea è in aperto conflitto con le pre­rogative della Nato e la priverà di fondi minacciandone la stabilità e affidabilità. La Costituzione europea è un passo di allontanamento dal sentiero delle relazioni transatlantiche e i cambiamenti che introduce danno forza alla Corte europea di giustizia. Quest’ultima avrà il potere di punire gli Stati trasgres­sori». Uno scenario simile è ovviamente quanto di peggio si possa immaginare al Pentagono. Se queste sono le pre­messe, gli esiti sono matematici: in Francia è meglio che vinca il No. «Se non ci sarà la ratifica — spiega Cimbalo — l’Europa sarà regolata di nuovo dal Trattato di Nizza e la Nato non sarà più a rischio».Non tutti ovviamente la pensano così. Philip Gordon, direttore della Brookings Institution (http://www.brookings.edu/), ritiene che «quelle dei neoconservatori siano delle fantasie. In nes­sun modo la Costituzione europea mina la Nato e obbliga Gran Bretagna e Polonia a seguire Francia e Germania sulle loro posizioni rispetto all’Irak». «Il no francese sarà più di un reale stop. Proprio nel momento in cui gli Stati Uniti disperatamente stanno cercando una forte e unita partnership europea, il No francese produrrà l’opposto. Potrebbe seriamente minare le prospettive di allargamento dell’Europa, includendo alcuni Paesi chiave amici degli Stati Uniti come la Turchia e l’Ucraina».Evocando la Turchia, Gordon apre la finestra su un altro problema che per gli analisti americani ha pesato nel voto francese: l’immigrazione, l’identità nazionale e l’Islam. L’ultimo report di Stratfor (http://www.stratfor.com/) — il pensatoio di intelligence fondato da George Friedman al quale è abbonata anche la Cia — sulla «crisi europea» solleva il tema del nazionalismo. Quanto ha pesato nelle scelte dei francesi a favore del No? Parecchio. «Il nazionalismo è comunque un fondamento della esperienza umana. E l’Unione europea è stata disegnata per superare il nazionalismo. Ma la Francia è la Francia. La Francia era felice di sbarcare in Algeria e affermare «questa è Francia». Ora i cittadini sono meno felici di avere gli algerini che arrivano in Francia e dichiarano «questa è Algeria». Ironia e storia. «La Francia sta cambiando demograficamente, con l’inevitabile risultato che molti francesi non vogliono che il loro Paese cambi». Conclusione lapidaria: «Se la Francia vota No la Costituzione europea è morta». A questo punto, come sottolinea il Wall Street Journal, il pre­sidente Bush avrà davanti a sè «un’Europa che torna a guardare al suo interno e ritorna ad essere un partner distratto». Da oggi gli Stati Uniti hanno un problema in più: c’è da rifare l’Europa

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Le tentazioni di Montezemolo. Impresa e politica

May 28 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Mario Sechi

Il Giornale, sabato 28 maggio 2005.

Ha sfiorato i temi dell’impresa per buttarsi a capofitto nel magma della politica. È bastato questo per far balenare a più di uno smaliziato osservatore l’idea che Luca Cordero di Montezemolo stia accarezzando il sogno di un impegno diretto nel Palazzo. L’esortazione a destra e sinistra di «levare la testa dalle urne» ha fatto mormorare a qualcuno che «forse è lui che pensa all’urna». Il Riformista azzarda che ci vorranno «due legislature per Luca leader», ma la vox populi di Confindustria è che il capo non ci pensa a candidarsi. Il tam tam sotterraneo invece pre­vede che «il suo ruolo naturale sarà quello di regista, di king maker di una nuova stagione politica». Non fare, ma condizionare la politica. Certamente il suo discorso ha lasciato il segno per l’assenza di una visione di politica industriale e la pre­senza di una vis polemica con le istituzioni senza pre­cedenti: schiaffi a destra e sinistra, attacchi a Bankitalia, pas­saggi al vetriolo su Sviluppo Italia e il Ricucci dai «capitali misteriosi». Troppo, anche per un signore che pos­siede un fondo di charme.
Il Cordero di Montezemolo che parla di politica ispira letture multiple e alleanze geneticamente modificate. La sintonia con la sinistra di Fas­sino e Prodi è manifesta (senza però trascurare Rutelli, con il quale ieri ha aperto i lavori del seminario economico della Margherita), l’adesione all’europeismo d’ordinanza pure, e per questo è naturale che sia lui più di altri a specchiarsi nel Quirinale e duettare con il pre­sidente Carlo Azeglio Ciampi sul tema della «testa nell’urna». Coincidenze. Non è un caso invece che il pre­sidente di Confindustria guardi a Ciampi come al suo modello e che nei sondaggi sul gradimento degli italiani i due siano appa­iati. Parola di Nicola Piepoli: «Montezemolo sarebbe un candidato molto valido. In termini di fiducia è al secondo posto, dopo il pre­sidente Ciampi. È gradito sia a destra che a sinistra, i due sono figure gemelle con Montezemolo leggermente più gradito a destra. Il loro indicatore di fiducia? Oltre 60 per cento del gradimento». Piepoli in pas­sato ha fornito a Montezemolo una serie di sondaggi ad hoc su popolarità e fiducia, conosce bene il mercato della politica ma secondo lui «il pre­sidente di Confindustria alla fine non scenderà in campo». Resta la tentazione di condizionare la politica. È così che i «suggerimenti» sono diventati un j’accuse che nelle intenzioni doveva essere ancor più duro. Nel tradizionale incontro tra gli industriali in foresteria, prima dell’assemblea, Montezemolo ha usato toni apocalittici. «Voleva volare alto e non occuparsi dei problemi giornalieri» dicono in viale dell’Astronomia. Glis­sando sui problemi dell’industria il pre­sidente ha aperto un fronte che ha sorpreso tutti e un po’ di più Gianfranco Fini. I due durante la festa della polizia parlavano insieme fitto fitto, ma il ministro degli Esteri non ha gradito il Luca externator perché sta sperimentando sulla sua pelle il sottodimensionamento delle imprese italiane nel mondo. Dis­sonanza e assonanza. Quest’ultima Montezemolo l’ha cercata durante il suo discorso nello sguardo di Pier Ferdinando Casini. Il pre­sidente della Camera l’ha ricambiato con un plauso e una punzecchiatura («manca l’autocritica»). Da destra Gianni Alemanno ha applaudito. E con lui Domenico Siniscalco, ministro tecnico a intermittenza. Ma se il primo da sempre fa il battitore libero, il secondo ha attirato le ire di chi ne ha colto «l’intelligenza con il nemico». Subito dopo la relazione in assemblea, Montezemolo, Siniscalco e il direttore generale di Confindustria Maurizio Beretta si sono incontrati. Si sono parlati. A giudicare dagli elogi si sono piaciuti. La tela di Montezemolo è tes­suta finemente. In viale dell’Astronomia orbita con il dg Maurizio Beretta e il vice Luigi Mastrobuono (migrato dalla Fiera di Bologna a Roma). Innocenzo Cipolletta e Emma Marcegaglia gli dispensano consigli sulle nuove relazioni industriali. Si dice che nei suoi discorsi ci sia la manina da ghost writer di Edmondo Berselli, penna di Repubblica. «La manina è più di una» assicurano i bene informati. Con il gruppo di Carlo De Benedetti i rapporti sono intensi. Il milieu culturale aiuta. L’amministratore delegato Marco Benedetto e il direttore Ezio Mauro danno del tu a Montezemolo. L’Ingegnere lo guarda con affetto e lui ricambia con l’ironia. Aneddoti. Poco tempo fa, durante la giunta di Confindustria, De Benedetti si alza e fa per andarsene. Montezemolo lo ferma: «Ingegnere, non se ne vada, non ho ancora finito». Sorrisi. E appoggio pre­sente e futuro.Finora in Confindustria le voci di dis­senso sono state sopite, attutite, smorzate. «Montezemolo è molto abile nella comunicazione. La standing ovation dell’auditorium ne è stata la prova. È stato un maestro nel portare dalla sua parte la platea, ma è vero che nel nord qualcosa si sta muovendo», racconta un industriale. Outsider cercasi. E forse c’è già: si chiama Giorgio Squinzi, è pre­sidente di Federchimica e per molti è il faro di una visione non Fiat-centrica di Confindustria. Squinzi è il patron della Mapei, un’impresa che andrebbe studiata come una case-history alla Harvard Business School: da piccola impresa alla periferia di Milano a multinazionale leader al mondo nel settore degli adesivi e prodotti chimici per l’edilizia. Non è un caso che a Squinzi guardino anche i liberali della Cdl come a un raro esempio di innovazione e tradizione. Il sottosegretario al Wel­fare, Maurizio Sacconi, ne è entusiasta: «Occorre guardare al meraviglioso modello offerto dal pre­sidente di Federchimica Squinzi. Al suo modo di internazionalizzare irrobustendo le imprese nel Paese». Ombre. Montezemolo vola in elicottero da un capo all’altro dell’Italia e pensa alle sue tentazioni. L’industria, la politica, la Ferrari, la Fiat… Sabato pros­simo, il 4 giugno, atterrerà a Santa Margherita Ligure per parlare di «Generazione, sviluppo, imprese familiari: crisi mutazioni e futuro di un modello di succes­so». C’è chi azzarda: «Con quel tema.… il suo sarà un discorso autobiografico».

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L’Isola che non c’è

May 28 2005 Published by Mario Sechi under Uncategorized

Gli amici inglesi si sono scordati di inserire la Sardegna al centro del Mediterraneo. Tanto per fare un parallelo è come se nelle carte geografiche che si vendono a Londra aves­sero dimenticato l’Irlanda del Nord. Un infortunio che potrebbe far sorridere, ma la svista ha un altro illustre pre­cedente: l’Alitalia dimenticò l’isola in una sua pubblicazione destinata al pubblico. E con questi due indizi prende corpo il sospetto che la Sardegna abbia fatto ben poco per la sua immagine nel mondo. Il pre­sidente della Regione Renato Soru, profeta della globalizzazione, avrà molto su cui riflettere e forse dovrà rivedere il suo pan-sardismo da guru hi-tech di cui francamente non si sentiva la mancanza. Inutile cercare di capire cosa possa frullare nella testa del centrodestra sardo: è ancora in stato confusionale. Nel vuoto pneumatico, almeno gli indipendentisti dimostrano una certa originalità. Il leader dell’iRs (indipendentzia Repubbrica de Sardigna) Gavino Sale dice che “gli inglesi hanno capito che noi non facciamo parte dell’Italia. Sono molto felice che la la Sardegna non compaia in quella copertina. Anche perchè noi siamo molto più ricchi dell’Italia. Mi chiedo come farebbero ad andare avanti il giorno in cui gli doves­simo chiudere i rubinetti della benzina, visto che il 40% del fabbisogno arriva dalla Sardegna (prodotto dalla Saras di Moratti), o cosa accadrà a livello internazionale quando riusciremo a chiudere le basi militari”. Pensieri para­dos­sali che vengono da un luogo che — almeno per l’Economist — è l’isola che non c’è.

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Lo strappo di Rutelli, lo sbrego di Prodi e i dilemmi di Fassino

May 26 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Mario Sechi

Il Giornale, giovedì 26 maggio 2005.

Dopo lo strappo di Rutelli è arrivato lo sbrego di Prodi e nell’Unione ormai volano gli stracci.Il Profes­sore è un leader di minoranza e come tale non vuole contare ma pesare i voti. Non controlla nes­suno dei partiti del centrosinistra e ieri ha consumato un divorzio dalla casa madre (la Margherita) e aperto una porta sul vuoto. Prodi ha un manipolo di fedelis­simi che lo seguiranno, ma probabilmente gli basterà una mano per contarli. La situazione è tanto singolare che egli stesso si sarebbe chiesto: «Cosa faccio? In Parlamento mi iscrivo al gruppo misto?». Il no della Margherita alla lista unica, lo scardinamento dei meccanismi della Fed e la leadership traballante lo hanno convinto a prendere — in solitudine — la decisione di varare una sua lista. È questa solitudine del Profes­sore, il cerchio vuoto intorno a sé, a raccontare tutta la sua fragilità. Si tratta, in fondo, di un déjà vu: la debolezza prodiana fa comodo ai disegni di Mas­simo D’Alema che già una volta l’ha sostenuto e poi — approfittando del fatto che Prodi non ha truppe cammellate — l’ha sfrattato da Palazzo Chigi. Il Profes­sore però i calci stavolta non voleva prenderli e prima ha stretto un patto con Fausto Bertinotti e dopo cercato di ridurre il peso dei partiti con l’invenzione della Fed, la federazione dell’Ulivo. Un contenitore che nelle intenzioni di Prodi serviva a depotenziare i partiti (la «ces­sione di sovranità») mentre nella strategia dei Ds era una specie di mercato dove la Quercia pre­parava la scalata sugli altri partiti (la «cooperazione rafforzata»). Ne parliamo al pas­sato perché questi piani sono saltati quando gli azionisti di riferimento della Margherita si sono resi conto che la scalata era già in corso e il cda sarebbe stato commis­sariato da Prodi grazie ai poteri che gli dà lo statuto della Fed. Il trio Rutelli-Marini-De Mita ha bagnato le polveri del Profes­sore che ora gioca la carta disperata della lista dell’Ulivo-con-chi-ci-sta. Con questa mossa Prodi ha certificato il coma profondo della Federazione perché promuovere una lista aperta a tutti significa allargare la compagnia di giro al di fuori dei confini dell’area riformista e moderata del centrosinistra. Prodi fraziona l’offerta politica dell’opposizione, si mette in concorrenza non solo con la Margherita, ma anche con i Ds che si trovano nella scomodis­sima posizione di doverlo sostenere oppure proporre un altro candidato. Un rebus che Fas­sino non potrà sciogliere in un battibaleno — ieri ha preso tempo — senza aver calcolato la reazione degli alleati. Franco Marini in serata chiosava: «Faccio fatica a pensare che i Ds stiano nella Lista Prodi», lasciando intendere di aver già affrontato il pasticciaccio brutto di via Santi Apostoli con il segretario della Quercia che, in caso di defenestrazione di Prodi, vede con terrore profilarsi il fantasma di Veltroni candidato a Palazzo Chigi. La frittata del Profes­sore è un via libera all’operazione neocentrista del partito di Rutelli che da tempo cerca consensi tra gli elettori del centrodestra e ha aperto una campagna acquisti nella Cdl. La Margherita sente di aver davanti a sé tutta la prateria del voto moderato e può puntare decisamente al centro. Un’alleanza con l’Udeur moltiplicherebbe il potenziale di fuoco di Rutelli e compagni, al Botteghino ne sono consapevoli e avrebbero già fatto i calcoli del sacrificio (in seggi) per tenere Mastella nei confini dell’orto botanico della Quercia. Sacrificio che si somma a quello da tributare a Prodi (si parla di una trentina di seggi) affinché abbia una truppa parlamentare ai suoi ordini. Alla fine della fiera, per sostenere Prodi, il partito di Fas­sino rischia di donare il sangue a tutti. Forse troppo.

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