Prodi e la dittatura del premier? Si prenda un Barbera
Mario Sechi
Il Giornale, sabato 12 marzo 2005.
Il tono di Prodi è apocalittico e rivela il clima da ultima spiaggia che il leader dell’Unione ha deciso di alimentare per intossicare il clima bipartisan. La posta in gioco per l’opposizione è grande: perdere le elezioni del 2006 per gran parte dell’attuale nomenklatura significa fare fagotto e Prodi non fa altro che interpretare uno spartito che avrà i suoi acuti sempre più fuori e non nel Parlamento. Così, se al Senato il clima è bipartisan e l’opposizione a denti stretti applaude il premier, fuori ci pensa il Professore a scaldare gli animi e preparare il terreno di scontro congeniale: la Costituzione. La Carta è diventata fondamentale per il centrosinistra nel momento in cui ha capito che può sfruttare l’appoggio del Quirinale, della magistratura e della mobilitazione di piazza, ieri evocata dal professore insieme all’arma referendaria. Se perfino un mite parlamentare come il segretario dello Sdi Enrico Boselli sposa la linea neogirotondina («se non è dittatura ci si va vicino») significa che il dado dell’Unione è tratto. Niente dialogo, avanti con il polverone. Così per Prodi la riforma della Costituzione diventa un pericolo per la democrazia e il viatico a una dittatura del premier (leggasi Berlusconi). La guerriglia fuori dal Parlamento sarà pure utile ai fini della grancassa mediatica, ma in Parlamento succedono cose e fatti che Prodi fa finta di ignorare. Il leader dell’Unione sente il bisogno di «avvertire il popolo»? Bene. Speriamo senta anche l’urgenza di leggere l’audizione parlamentare di Augusto Barbera – docente di diritto costituzionale a Bologna, autore del Mulino, ex parlamentare della sinistra – in commissione Affari Costituzionali del 2 dicembre 2004. Il professor Barbera – che in tema di diritto costituzionale ci pare decisamente più autorevole di Prodi – sostiene che quello in votazione al Senato «è stato definito un testo pericoloso per la democrazia perché rafforzerebbe oltre ogni limite la funzione di governo del Premier. Non condivido questa affermazione ma ritengo che molte disposizioni del testo siano gravide di pericoli non perché puntino – come è stato più volte ripetuto – a una “premierato assoluto†o perché destinate a “spaccare l’Italia in due†ma perché, al contrario, paralizzano gravemente la funzione di governo nazionale ponendo le premesse per un premierato azzoppato e ingessato». Parole che potrebbero comprendere anche i parlamentari dell’opposizione, se solo fossero interessati ai destini della riforma. Il premierato forte è lo spettro della dittatura? Una visione tutta prodiana, quasi un’evocazione da seduta spiritica. Ma torniamo alle cose serie, all’audizione del professor Barbera e alla strategia di tallonamento (e strattonamento) del Quirinale che Prodi e i prodiani hanno varato. Secondo la vulgata dell’opposizione si vuole indebolire proprio il Presidente della Repubblica. Secondo Barbera invece togliere al capo dello Stato il potere di scioglimento della Camera non vuol dire affatto scippare il Quirinale di un importante strumento di garanzia. Barbera ricostruisce la storia istituzionale e spiega che il Colle «non ha mai pienamente posseduto in concreto questo potere che apparteneva ai partiti e che comunque, secondo l’originario intento dei Costituenti, doveva trattarsi quanto meno di un potere duumvirale». Non solo, ma il fantomatico premier onnipotente, se diamo retta alle parole di Prodi, è già uno spettro che si aggira per l’Europa visto che «il premier inglese, quello tedesco, quello spagnolo, quello svedese» hanno il potere di scioglimento, «un’arma da non usare ma che è bene sia tenuta nel cassetto come deterrente al fine di mantenere coesa la formazione di governo». Infine, ai colleghi del Velino l’onore di aver scovato una stupenda chicca: un’intervista di Barbera sul Mattino del 18 ottobre scorso, dove il costituzionalista dice che «è toccato a un ministro leghista come Roberto Calderoli rimediare ai pericoli per l’unità nazionale del federalismo sgangherato del Titolo V dell’Ulivo». Così, il federalismo secessionista è diventato figlio della sinistra.
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