Archive for February, 2005

La Nato e l’idea franco-tedesca di ridimensionare Washington

Feb 23 2005 Published by Mario Sechi under America, Difesa e Intelligence, Europa

Mario Sechi

Il Giornale, mercoledì 23 febbraio 2005.

Erano trascorse 24 ore dall’attacco alle Twin Towers e gli Stati Uniti invocarono l’aiuto degli alleati contro il terrorismo. Era il 12 settembre 2001 e, per la prima volta nella storia dell’Alleanza Atlantica, scattava la clausola dell’articolo 5 del Trattato di Washington, in cui si afferma che un attacco contro un alleato è considerato un attacco contro tutti. Quell’evento fu il segnale chiaro che anche per la Nato la Guerra fredda era finita e un’altra epoca – non meno pericolosa – si stava aprendo. George W. Bush ha messo l’accento sul ruolo fondamentale della Nato nel XXI secolo, nel contrasto e nella prevenzione del terrorismo. Unione Europea e Stati Uniti hanno deciso di rafforzarne il peso come forum di consultazione politico-strategica e sulla missione di addestramento delle forze di sicurezza irachene c’è il via libera di tutti i 26 Paesi Nato. Il clima nell’Alleanza è migliore rispetto alla vigilia, ma le differenze restano. Su 160 uomini previsti per il training delle forze irachene, 60 saranno inviati dagli Stati Uniti, mentre Francia, Germania e Belgio hanno già detto di non voler inviare soldati a Bagdad. E anche sull’embargo delle esportazioni d’armi alla Cina, la posizione europea è ancora tutt’altro che chiara. Chirac apre le porte (e il know-how militare) a Pechino, ma i Paesi più vicini agli Stati Uniti (Italia compresa) hanno dubbi sulla cessione di tecnologia militare a un gigante economico che non dà garanzie sufficienti sul piano del rispetto dei diritti umani e della libertà.Francia e Germania inoltre non rinunciano all’idea di una riforma della Nato che rimetta in discussione proprio il Trattato di Washington e un ridimensionamento dell’influenza americana. Nella dichiarazioni finale dei leader non si fa cenno al problema, ma Chirac ha detto pubblicamente di appoggiare Schroeder e la sua proposta di istituire una commissione di saggi che faccia delle proposte di riforma entro il 2006. Bush oggi incontra il cancelliere tedesco, difficilmente la Casa Bianca potrà appoggiare una riforma della Nato nella direzione che vuole la Germania, anche perchè – nella visione washingtoniana – si teme di creare l’ennesimo organismo dove si fanno molte chiacchiere e pochi fatti. Il livello di decisione politica è sempre molto complesso e lento rispetto a quello militare che lavora da più di tre anni alla trasformazione della Nato e della sua missione. Tra Norfolk (Virginia) e il Belgio si ridisegnano gli assetti e le strategie di un’alleanza che è destinata a diventare sempre più non solo terreno di cooperazione militare, ma anche di consultazione politica. Resta per ora insuperato il problema della Nato a due velocità, quella politica che va piano e quella militare che cerca di correre per quanto le è concesso dal livello decisionale più alto. Al Supreme Allied Command Transformation di Norfolk hanno certamente le idee molto più chiare e un mandato che viene da lontano, dal summit di Praga del 2002 quando si decise di cambiare la Nato. A Norfolk si elaborano le strategie e mettono a punto i programmi di sviluppo. Di fronte ai pericoli della guerra asimmetrica scatenata dai terroristi, entro il 2006 deve essere operativa la Nato Response Force, capace di intervenire anche al di fuori dell’area Euro-Atlantica. Questa forza di reazione rapida dovrebbe contare a pieno regime circa 20mila uomini, il cui principale compito sarà di antiterrorismo, disporrà di una struttura multinazionale flessibile, rapidamente dispiegabile in teatro operativo, si presume dai sette ai 30 giorni. Tutto questo, entro un anno. Appare chiara la differenza di velocità e percezione del pericolo. In un recente documento dell’Atlantic Council di Washington (tra gli autori anche Richard D. Clarke, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Clinton) viene evidenziato come alcuni Paesi Europei vedano il terrorismo non come una «minaccia», ma come un «rischio». Il problema è che non può essere calcolato.

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Il piano Usa: il Regno Unito in Europa, ma non troppo…

Feb 21 2005 Published by Mario Sechi under America, Difesa e Intelligence, Europa

Mario Sechi

Il Giornale, lunedì 21 febbraio 2005.

George W.Bush arriva nel Vecchio Continente per la prima volta nel second term avendo ben presente che l’Europa è l’unica area del mondo dove la politica americana può trovare appoggio e peso sufficiente sul piano diplomatico, militare ed economico. È del tutto evidente che un “nocciolo duro” di nazioni come Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Spagna e Polonia, non ha eguali.Il viaggio del segretario di Stato Condoleezza Rice e i recenti colloqui del segretario della Difesa Donald Rusmfeld sono serviti a preparare il terreno della visita di Bush. Ma qual è la strategia del presidente degli Stati Uniti? Da mesi gli advisor di politica estera preparano l’appuntamento e i think tank del giro washingtoniano fanno accurate analisi sulle relazioni Usa-Europa e sulle mosse da fare per impegnare gli Stati europei sul terreno dell’amministrazione Bush.Un report del 28 dicembre scorso per il Congresso, firmato da Kristin Archick, analizza le relazioni tra America e Europa, i punti di contatto, le divisioni, le opzioni per la politica americana. È una fotografia obiettiva che considera le condizioni strutturali e non trascura l’influenza che possono avere sulle relazioni internazionali i caratteri dei leader. Un capitoletto, infatti, è dedicato alle «leadership issues» e qui il cancelliere tedesco Gerhard Schröder e il presidente francese Jacques Chirac vengono dipinti come i principali responsabili del deteriorarsi delle relazioni transatlantiche. Questione (anche) di antipatia per l’amministrazione Bush che qualche passo falso l’ha commesso. Viene citata per esempio la frase di Donald Rumsfeld che divideva l’Europa in due categorie la “nuova” (favorevole alla guerra in Irak) e la vecchia (contraria al conflitto con Saddam). «Molti alleati europei – segnala il documento – inclusi alcuni che fanno parte della categoria della nuova Europa, come la Polonia, hanno criticato Rumsfeld». «Rummy» in quel momento commise una gaffe diplomatica, ma la linea tenuta da Chirac e Schröder – secondo gli analisti – è «priva di diplomazia e irresponsabile, non tiene in considerazione le implicazioni che ha nelle relazioni transatlantiche». La situazione è migliorata, ma ci sono tensioni sul ruolo futuro della Nato e non a caso nell’agenda di Bush sono segnati questi incontri: «Stasera a cena con Chirac, mercoledì volo in Germania e incontro con Schröder». L’asse franco-tedesco, almeno nella linea di contenimento degli Usa, è una realtà. Su questo punto, nell’agenda di Bush, ci saranno sicuramente anche le Key Recommendations della Heritage Foundation, influente pensatoio conservatore di Washington. Un memorandum scritto da John Hulsman e Nile Gardiner analizza i punti che la Casa Bianca metterà a fuoco. Su Francia e Germania si consiglia di «sostenere la Costituzione europea e il progetto franco-tedesco per un’unica politica estera» cercando di ottenere «un impegno attivo di Francia e Germania in Irak».La scuola realista (ma non pessimista) di Heritage in un backgrounder – sempre a firma di Nile e Hulsman – del 18 febbraio ricorda che «al di là della retorica della Commissione Europea, le potenze europee raramente sono d’accordo sulla maggioranza dei temi dell’agenda globale». L’Europa è divisa. E gli Stati Uniti sanno che l’euroentusiasmo è spesso retorica. Lo sanno tanto bene che lanciano un allarme: attenzione, questa Europa potrebbe essere un impedimento per alcuni Paesi alleati a collaborare strettamente con gli Stati Uniti; attenzione a consegnare la politica estera della Gran Bretagna all’Europa. «Bisogna conservare lo speciale rapporto con il Regno Unito» che deve a sua volta conservare la sua «sovranità» in Europa e «la sua flessibilità per continuare a giocare il suo ruolo fondamentale». Quella tra Stati Uniti e Regno Unito è «una relazione speciale». E deve restare tale. Blair in Europa? Sì, ma non troppo.Le divisioni sono profonde. Cosa dirà l’Europa sull’insistenza dell’Iran nell’andare avanti con il suo programma nucleare? Cosa dirà sugli Hezbollah? Saranno inseriti nella black list del terrorismo? Cosa dirà l’Europa sull’esportazione di armi alla Cina? Gli Stati Uniti non sono favorevoli, temono che influenzi l’equilibrio strategico con Taiwan (i cinesi hanno centinaia di missili balistici puntati su Taipei) e l’export di tecnologia militare è un pericolo. Anche in questo caso rispunta Chirac con le sue «fantasie golliste». Il problema, tocca anche l’Italia. Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, infatti, durante il suo ultimo viaggio in Cina, con una singolare sortita ha invitato l’Europa a togliere l’embargo sull’export di armi. Nell’agenda di Bush, questo non c’è e l’incontro bilaterale con Silvio Berlusconi servirà non solo a ribadire l’alleanza Italia-Usa, ma anche, in questo caso, a chiarire chi fa la politica estera italiana.

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Antitrust, quando il Sole non splende e il Corriere non brilla

Feb 20 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Mario Sechi

Il Giornale, domenica 20 febbraio 2005.

Gli appelli al metodo bipartisan e alla collaborazione istituzionale sono quotidiani, ma anche quando si raccoglie l’invito il risultato non cambia: c’è sempre chi ha da obiettare, precisare, puntualizzare.La nomina di Antonio Catricalà alla presidenza dell’Antitrust è il frutto di un paziente lavoro dietro le quinte che aveva il placet non solo dei presidenti di Camera e Senato, ma anche di autorevoli esponenti dell’opposizione come Piero Fassino, Francesco Rutelli e Antonio Maccanico. Catricalà, infatti, è il modello ideale di grand commis. Ha servito con cura certosina Giuliano Amato, Antonio Ruberti, Giuliano Urbani, Franco Frattini, Antonio Maccanico (con il quale ha curato la liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni durante il governo Prodi), è un altissimo dirigente con un profilo talmente bipartisan che nessuno tra i leader del centrosinistra si è sognato di criticarlo. Il lavoro di Gianni Letta, Pierferdinando Casini e Marcello Pera era (e sarà) orientato a favorire il dialogo istituzionale tra i poli e la nomina di Catricalà è uno dei punti di questa strategia, auspicata più volte dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.L’accordo nel palazzo della politica però deve aver colto un po’ in contropiede il Corriere della Sera e il Sole-24 Ore. I due quotidiani ieri infatti uscivano singolarmente sintonizzati contro la nomina di Catricalà il cui peccato originale è quello di provenire da Palazzo Chigi. Il ragionamento che si sono fatti nella stanza dei bottoni in via Solferino e in via Monte Rosa è il seguente: Catricalà ha servito fedelmente la causa del governo Berlusconi come segretario generale della Presidenza del Consiglio, ergo gli sarà fedele anche da presidente dell’Antitrust. Un ragionamento tipico di Repubblica. Ma stavolta il quotidiano di Ezio Mauro non si avventura nel sillogismo applicato alla politica (evidentemente in Largo Fochetti sono bene informati sul clima in cui nasce la nomina), lasciando il ruolo di oppositori duri e puri a Corriere e Sole che però si ritrovano di fronte a una spiazzante realtà: Catricalà è un civil servant di alto profilo, la sua nomina ha un inedito e larghissimo consenso, il centrodestra ha dato un segnale chiaro di disponibilità al confronto con l’opposizione, il metodo bipartisan corrisponde, alla lettera, agli auspici del Quirinale che di Catricalà apprezza l’equilibrio e il senso delle istituzioni. Per Sole-24 Ore e Corriere della Sera tutto questo sembra essere marginalia, non conta. E quando per una volta Sabino Cassese (già gran fustigatore da prima pagina di Via Solferino delle nomine di Guazzaloca e Pilati) dice che si tratta della nomina di «un servitore dello Stato indipendente dal colore politico dei governi per cui ha ricoperto incarichi», la firma del professore sulla prima pagina del Corriere non c’è. Casualità. Si dirà che «è la stampa bellezza» e i giornali sono liberissimi di interpretare come vogliono la realtà. Perfetto. Ma allora vien da chiedersi se questo atteggiamento non avalli il ragionamento di chi pensa – e parliamo di autorevoli esponenti delle istituzioni – che sia «in corso uno scontro tra poteri forti e politica, in cui i primi lavorano per la dissoluzione del bipolarismo e il ritorno a un sistema di partiti debole, più facile da condizionare». Il principale quotidiano del Paese e il più venduto giornale economico d’Europa si dilettano nella critica a una dimensione e, con grande rispetto per le sue idee, vien da chiedersi cosa possa pensare di tutto questo Luca Cordero di Montezemolo, neo consigliere del patto di sindacato Rcs e presidente di Confindustria. Perché i quotidiani sono liberi, ma anche gli editori hanno un ruolo non di secondo piano nella vita dei giornali. Condividerà la linea? È probabile che con la sua consueta eleganza e spirito laico sorvolerà e guarderà oltre. In fondo, tutti sanno qual è il suo pensiero sulle cose del Palazzo. Egli non ha mai nascosto l’ammirazione per il presidente Carlo Azeglio Ciampi e con il Quirinale condivide la linea del dialogo e della collaborazione tra i partiti. E poi crediamo che l’obiettivo di Montezemolo sia sempre quello dichiarato all’inizio del suo mandato, quello di essere il presidente di una Confindustria «apolitica». Ci sia concesso di dire che quel nobile obiettivo, per ora, ci appare lontano.

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L’Unità e l’Unione (non) al gran completo in piazza per la Sgrena

Feb 20 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Mario Sechi

Il Giornale, rubrica Il Microscopio, domenica 20 febbraio 2005.

Leggere l’Unità è sempre istruttivo perché i fatti diventano opinioni e le opinioni si tramutano in fatti. È un caso di giornalismo al rovescio che produce risultati strepitosi. Un elemento del titolo di prima pagina ieri sottolineava come alla manifestazione per la Sgrena la situazione fosse la seguente: «L’Unione al gran completo. La destra assente». Ora, bisogna mettersi d’accordo sul significato delle parole. Se «la destra è assente», significa che anche l’adesione ideale per l’Unità non vale. In questo caso Francesco Rutelli e Massimo D’Alema – che alla manifestazione non hanno partecipato ma hanno fatto sapere di essere idealmente presenti – in realtà sono assenti e l’Unione non è al gran completo.

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Intelligence: il nuovo zar, l’Irak e la Cia

Feb 18 2005 Published by Mario Sechi under America, Difesa e Intelligence

Mario Sechi

Il Giornale, venerdì 18 febbraio 2005.

Lo «zar» dell’intelligence americana esce a sorpresa dal cilindro di George W. Bush e porta il nome di John Negroponte, attuale ambasciatore a Bagdad. La scelta del presidente ha disorientato i bookmakers di Washington perché Bush ha piazzato al vertice della piramide spionistica americana un diplomatico di lungo corso e non un uomo proveniente dall’ambiente dei servizi segreti. «È la missione più difficile che mi attende in quarant’anni di carriera» ha ammesso Negroponte che dopo solo sette mesi a Bagdad ora dovrà coordinare, mediare, dare un senso e obiettivi chiari alla missione di una rete spionistica di 15 agenzie. Non sarà facile, perché la riforma della Casa Bianca ha incontrato le resistenze dell’apparato militare e la scelta del vice di Negroponte – il generale Michael Hayden, oggi alla testa della National security agency, una delle agenzie del dipartimento della Difesa – è un chiaro segnale di attenzione (e garanzia) verso Don Rumsfeld e il Pentagono che controlla l’80 per cento di un bilancio annuale che vale 40 miliardi di dollari. Durante l’ultima audizione al Senato Rumsfeld non ha nascosto il suo carattere tagliente e non è entrato in dettagli di intelligence sull’Irak. I fondi del Pentagono passeranno sotto la lente di Negroponte e a «Rummy» questo non fa certo piacere. Bush ha confermato il passaggio di poteri nell’amministrazione americana: «Negroponte sarà il mio principale consigliere». Lo zar dell’intelligence sarà a capo di una comunità che impiega 100mila persone e dopo lo shock dell’11 Settembre e i non brillanti risultati in Irak prima della guerra (il rapporto sbagliato della Cia sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein) e dopo la guerra (le difficoltà del Pentagono a contrastare sul terreno iracheno la guerra asimmetrica del terrorista Al Zarqawi), deve recuperare credibilità ed efficienza.Sotto lo sguardo di Negroponte ci sarà la Cia, la Central Intelligence Agency, chiamata «The Company». L’agenzia creata nel 1947, con base a Langley, in Virginia, nei pressi di Washington, conta 17 mila dipendenti e un bilancio annuale di 3,1 miliardi di dollari. Conclusa l’epica missione della lotta al comunismo che ha riempito pagine di storia e letteratura, la Cia l’11 settembre 2001 ha fallito l’obiettivo del dopo Guerra Fredda: analizzare e prevedere le mosse dei potenziali nemici degli Stati Uniti. Subito dopo l’attacco al World Trade Center, nell’agenda del presidente Bush è entrata la riforma dell’intelligence e della stessa Cia di cui il padre fu capo di gran carisma. Ma a Langley non si sentono commissariati, l’orgoglio della Cia resta alto. Basta leggere le parole di Porter Goss, il nuovo direttore, nella sua prima audizione pubblica al Senato: «La Cia è un posto speciale, un’organizzazione di persone scrupolose e patriottiche. La Cia, secondo me, resta e resterà l’agenzia ammiraglia». Con l’avvio della riforma dei servizi segreti Goss non riferirà più direttamente al presidente Bush ma a Negroponte, il rapporto quotidiano con la Casa Bianca sui casi di spionaggio e controspionaggio darà a Negroponte un grande potere di influenza. Anche se Bush non rinuncerà al filo diretto con Goss e la Cia. «John capisce i bisogni dell’intelligence globale per l’America – ha detto Bush presentandolo alla stampa – perché ha trascorso gran parte della sua vita nella nostra diplomazia, e sta servendo in questo momento nel delicato ruolo di primo nostro ambasciatore in un Irak libero. La nomina di John avviene in un momento storico per i nostri servizi di intelligence». L’esperienza irachena di Negroponte sarà importante. Tra il Tigri e l’Eufrate, infatti, sembra essersi concentrata l’attenzione delle nascenti cellule della jihad. La conferma arriva dallo stesso Goss che riassume con efficacia la situazione: «La guerra in Irak non causa l’estremismo, è una causa per gli estremisti. I gruppi jihadisti che sopravviveranno si focalizzeranno su atti di terrorismo urbano. Rappresentano un potenziale centro di contatti per costruire cellule terroristiche di transazione, gruppi e reti in Arabia Saudita, Giordania e altri paesi». L’attacco alle Twin Towers ha avuto un effetto domino sulla intelligence community. «Nel caso dell’11 Settembre noi avevamo di fronte agli occhi tutti i pezzi del mosaico, ma nessuno è stato in grado di vederli e metterli insieme» spiegava al Giornale qualche tempo fa un responsabile del Counterrorism office, al dipartimento di Stato. Sarà compito di Negroponte non solo «mettere insieme i pezzi del mosaico», ma anche fare in modo che le 15 agenzie mettano a disposizione tutti i tasselli del puzzle.

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La Rossanda, i sequestri in Irak e gli obiettivi militari

Feb 12 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Mario Sechi

Il Giornale, 12 febbraio 2005, rubrica Microscopio.

Rossana Rossanda confessa a Repubblica il suo dolore per il rapimento della giornalista Giuliana Sgrena. Al Manifesto sono ore difficili, possiamo capire e condividere questo momento. Meno comprensibile e condivisibile ci appare un passaggio dell’intervista della Rossanda dove si dice che «qui non siamo di fronte a una categoria politica. La resistenza è battersi contro obiettivi militari. (…) I sequestri di Bagdad non sono atti di resistenza ma di criminalità comune». Il ragionamento della Rossanda è illuminante per un paio di buoni motivi: 1. Toccati da vicino, gli amici del Manifesto hanno compreso la barbarie dei sequestri di persona in Irak. E forse ora avranno un briciolo in più di comprensione anche per gli italiani che furono bollati come «mercenari». 2. La Rossanda dice che colpire gli obiettivi militari è un atto di resistenza, le conseguenze di tale ragionamento sono purtroppo gravi. Sparare ai soldati non può essere resistenza perché la missione si svolge sotto l’ombrello delle Nazioni Unite e – ci permettiamo di ricordarlo – in Irak ci sono centinaia di soldati italiani. «Obiettivi militari». Colpirli è resistenza?

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L’intoccabile toga

Feb 08 2005 Published by Mario Sechi under Italia

Mario Sechi

Il Giornale, rubrica il Microscopio, martedì 8 febbraio 2005.

Il magistrato Clementina Forleo, nota per aver innovato il diritto internazionale con la distinzione tra «guerrigliero» e «terrorista», ieri ha proseguito nel suo magistero annunciando con il suo avvocato di voler «reagire nelle sedi competenti alle aggressioni e alle strumentalizzazioni del proprio operato poste in essere anche da alte cariche istituzionali». Il giudice Forleo brandisce il codice come una spada, la sortita del magistrato è da seguire con attenzione, soprattutto per gli sviluppi che promette in sede istituzionale. Perché se la querela colpirà uno dei presidenti delle Camere o lo stesso ministro degli Interni, sarà davvero interessante vedere quale sarà la reazione del presidente della Repubblica che, per un capriccio costituzionale, è anche presidente del Consiglio superiore della magistratura e, per convinzione personale, invoca il rispetto tra le istituzioni. Virginio Rognoni, vicepresidente del Csm, ha ribadito che le sentenze si possono criticare. O demolire, come ha fatto il giudice Roberto Spanò. E se un ministro della Repubblica difende il proprio operato, se una delle più alte cariche dello Stato esprime incredulità, se entrambi auspicano di cambiare la legge in Parlamento (sempre che la magistratura non voglia arrogarsi anche il potere di fare le leggi) non c’è niente di strano. Si tratta di un fenomeno poco diffuso nella corporazione delle toghe, si chiama democrazia.

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