Il nuovo segretario di Stato Condoleza Rice ha giurato e ora si prepara a guidare la politica estera americana. Nei primi giorni di febbraio sarà in Europa per un giro d’orizzonte con le cancellerie del Vecchio Continente. Italia compresa. Berlusconi ha tracciato il solco dell’Alleanza, la cifra di Gianfranco Fini si misurerà nella sua capacità non solo di ribadire la linea di fedeltà ai patti, ma anche nel saper indirizzare la diplomazia italiana verso una linea non più attendista ma anticipatrice dei grandi movimenti globali. La Rice è il 66° segretario di Stato della storia americana, ecco le linee del suo programma illustrate alla commissione Esteri del Senato degli Stati Uniti.
http://www.state.gov/secretary/rm/2005/40991.htm
Mario Sechi
Il Giornale, mercoledì 26 gennaio 2005.
La sentenza del tribunale di Milano sui terroristi islamici sta facendo il giro del mondo e a Washington ha attirato l’attenzione dell’amministrazione Bush per la portata della decisione e la singolarità delle motivazioni. La sentenza ha messo sullo stesso piano terroristi e forze alleate quando scrive che «l’estendere tale tutela penale anche agli atti di guerriglia, per quanto violenti, posti in essere nell’ambito di conflitti bellici in atto in altri Stati e a prescindere dall’obiettivo preso di mira, porterebbe inevitabilmente a una ingiustificata presa di posizione per una delle forze in campo, essendo peraltro notorio che il conflitto bellico in questione, come in tutti quelli dell’era contemporanea, strumenti di altissima potenzialità offensiva sono stati innescati da tutte le forze in campo». Di fronte a simili argomentazioni Washington ha acceso un faro sulla vicenda per capire quali conseguenze può avere una simile decisione sul fronte della collaborazione nella lotta al terrorismo. Il caso, infatti, come sottolineato da fonti del nostro Ministero degli Interni, sposta le lancette dell’orologio («Si torna indietro, a prima dell’11 settembre») e apre una partita che a questo punto finirà per giocarsi in Parlamento («ora bisogna cambiare la legge»).
Fonti del governo degli Stati Uniti dicono al Giornale: «Non abbiamo ancora letto la decisione del tribunale di Milano, quindi non possiamo commentare questo caso in particolare. Ma la legge internazionale e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu hanno riconosciuto la sovranità e legittimità del governo iracheno. Altre risoluzioni hanno obbligato gli Stati membri dell’Onu a prendere misure specifiche contro le organizzazioni terroristiche. Sulla base di tali risoluzioni la posizione del governo americano è chiara: chiunque recluti o finanzi un’organizzazione che ha attaccato il legittimo e sovrano governo iracheno e i suoi cittadini, può essere considerato soltanto un terrorista. Ansar Al Islam è un’organizzazione terroristica, presente nell’elenco del Dipartimento di Stato».
La posizione degli Stati Uniti sulla vicenda è chiara e in movimento. La macchina diplomatica è già in moto e quando le carte saranno all’attenzione degli esperti di Washington, i due governi avvieranno un confronto per rendere ancora più efficaci le misure antiterrorismo. Il riferimento al Dipartimento di Stato e all’Onu non è casuale, se i report di Foggy Bottom per la giustizia italiana forse hanno poco valore, diverso è il discorso per le decisioni e i documenti ufficiali dell’Onu, quell’Organizzazione delle Nazioni Unite della quale il nostro Paese fa parte, quell’istituzione che viene invocata come unica fonte di legittimità per la risoluzione di qualsiasi controversia internazionale, guerra compresa. Valutando i legami tra i terroristi della cellula di Al Qaida presente nel nostro Paese e il gruppo Ansar Al Islam, poteva il magistrato ignorare l’Executive Order 13224 dell’Onu datato 20 febbraio 2003 che si occupa di quel gruppo terroristico? Poteva ignorare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 1267, 1390 e infine la 1455 del 27 febbraio 2003? È un interrogativo che si pongono il mondo politico e gli investigatori dell’antiterrorismo che in un colpo solo hanno visto andare in fumo anni di indagini. L’azione del governo italiano, infatti, non può essere messa in discussione da un diritto ipergarantista, fragile, incerto e ormai chiaramente inadatto a fronteggiare il nuovo mondo del dopo 11 Settembre. Tagliare i canali di finanziamento (e reclutamento) all’estero dei gruppi terroristici è uno dei punti fondamentali del piano di azione statunitense, uno dei pilastri della stessa Onu.Loretta Napoleoni, una studiosa italiana che ha scritto un libro intitolato Modern Jihad — Tracing the dollars behind the terror networks, stima che il fatturato globale della multinazionale del terrore sia pari al prodotto interno lordo del Regno Unito. Ma un tribunale della Repubblica Italiana sembra ignorare non solo fonti del diritto come l’Onu, ma anche il contesto storico e i dati di fatto dello scenario internazionale.
Ansar Al Islam non è un gruppo di innocui lettori del Corano, una cellula intrisa di inoffensivo antiamericanismo. Nel Pattern of Global Terrorism del Dipartimento di Stato a pagina 115 e 116 si legge che Ansar Al Islam conta tra i 700 e 1000 miliziani (alcuni dei quali a suo tempo furono addestrati nei campi di Al Qaeda in Afghanistan), ha le sue basi nel Nord dell’Irak dove prima ha cominciato prendendo di mira i curdi del PUK (Patriotic Union of Kurdistan) e poi si è legato ad Al Qaeda attraverso il network di Al-Zarqawi, il tagliatore di teste che ieri ha annunciato l’uso dei cecchini contro i cittadini iracheni che, inermi, devono andare a votare tra pochi giorni. Il gruppo di Ansar Al Islam è dunque un link stabile e temibile del terrorismo internazionale e il suo finanziamento e supporto non rappresenta un’azione filantropica in nome della libertà dei popoli.
Non avevano programmato attività terroristiche che miravano «a seminare terrore indiscriminato» tra i civili ma semmai «attività di guerriglia» in concomitanza con la guerra in Iraq, senza violare i diritti umanitari. Per questo il gup di Milano Clementina Forleo durante il processo con rito abbreviato, ha assolto dall’accusa di terrorismo internazionale tre dei cinque islamici ritenuti dalla Procura componenti di una cellula legata ad Ansar Al Islam, condannandoli però per reati minori. Sui motivi dell’assoluzione dal reato di terrorismo internazionale il gup, oltre a parlare di «inutilizzabilità patologica» di una serie di prove (le cosiddette “fonti di intelligence”), fa una disquisizione articolata a sostegno della sua tesi. Afferma con «certezza» che le cellule alle quali appartenevano gli imputati, una che gravita su Milano e l’altra su Cremona, avevano come scopo il finanziamento e il sostegno di strutture di addestramento paramilitare in zone del Medio Oriente e presumibilmente nel nord dell’Iraq. Tant’è che erano stati organizzati la raccolta e l’invio di somme di denaro e l’arruolamento di volontari «in concomitanza dell’attacco statunitense all’Iraq avvenuto come noto nel marzo del 2003 ma notoriamente previsto come altamente probabile all’indomani del conflitto in Afghanistan, nel quale pure tali gruppi risultano essere stati attivi». In pratica gli imputati avevano il compito di aiutare i “fratelli” nelle zone del conflitto sia dal punto economico sia «rinforzando i contingenti armati attraverso l’invio di combattenti» anche se «non risulta (…) che le due ‘cellulè in questione fossero legate all’organizzazione “Al Tawid” della quale sarebbe vertice il noto terrorista al Zarqawi». Però per il giudice non c’è prova «nonostante gli encomiabili sforzi investigati compiuti, che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attività di guerriglia da innescare» in questi o in altri «prevedibili contesti bellici e dunque incasellabili nelle attività di tipo terroristico». Per questo, osservando che la nozione di terrorismo «diverge da quella di eversione», il giudice nel suo provvedimento cita la Convenzione Globale dell’Onu sul Terrorismo del 1999. Convenzione dalla quale «si ricava che le attività violente o di guerriglia» compiute «nell’ambito di contesti bellici» anche se da forze armate diverse da quelle istituzionali, «non possono essere perseguite neppure sul piano del diritto internazionale a meno che (…) non venga violato il diritto internazionale umanitario». A meno che non siano «dirette a seminare terrore indiscriminato verso la popolazione civile in nome di un credo ideologico e/o religioso ponendosi dunque come delitti verso l’umanità ». Per il giudice questa impostazione è confortata dal significato della norma introdotta dopo l’attacco alle Torri Gemelle nel codice penale con l’articolo 270 bis, cioè quello sul terrorismo internazionale: «ha evidentemente perseguito — osserva — la finalità di creare una sorta di diritto penale sovrannazionale con il quale tutelare i singoli Stati da attentati terroristici di ampio spettro, speculari di strategie autonome e risolutive». E qui un altro dei passaggi chiave dell’ordinanza: «L’estendere tale tutela penale anche agli atti di guerriglia, per quanto violenti, posti in essere nell’ambito di conflitti bellici in atto in altri Stati e a prescindere dall’obiettivo preso di mira, porterebbe inevitabilmente a una ingiustificata presa di posizione per una delle forze in campo, essendo peraltro notorio che il conflitto bellico in questione, come in tutti i conflitti dell’era contemporanea, strumenti di altissima potenzialità offensiva sono stati innescati da tutte le forze in campo». Per il gup Clementina Forleo dunque «non può ritenersi provato» che le due cellule al centro del processo che si è concluso oggi «pur gravitando in aree notoriamente contrassegnate da propensione al terrorismo, avessero obiettivi trascendenti quelli di guerriglia come sopra delineati». Mentre i difensori degli imputati sono rimasti soddisfatti della sentenza e Ali Ben Sassi Toumi uscendo dall’aula ha esultato «Grazie alla giustizia italiana, Allah è grande», il procuratore aggiunto Spataro si è limitato a dire: «È andata male, malissimo».
Il Congressional Research Service ha diffuso qualche settimana fa una interessante analisi (la trovate cliccando qui: http://www.usembassy.it/pdf/other/RL32577.pdf) sullo stato dei rapporti tra Stati Uniti e Europa e su quali vie di dialogo (o chiusura) si aprono nel second term per l’amministrazione Bush. Dopo aver letto “The United States and Europe: Possible options for U.S. Policy” chi divide la politica americana in falchi e colombe dovrà almeno aggiornare le sue conoscenze ornitologiche.
Mario Sechi
Il Giornale, domenica 23 gennaio 2005
Ciampi deve respingere la riforma della giustizia una seconda volta. È questo l’obiettivo di un raffinato disegno che mira a convincere il Quirinale a entrare nella partita politica, anche a costo di rompere la prassi costituzionale. Il partito dei giudici sta forzando la triangolazione con la presidenza della Repubblica, il Csm e la Consulta per affondare la riforma della giustizia e aprire una stagione di caos istituzionale. L’Associazione nazionale magistrati ieri è uscita allo scoperto con un documento che non è di semplice opposizione alla riforma votata dal Parlamento. È molto, molto di più. Si tratta di un copione che aspetta soltanto di essere interpretato per trasformarsi in una storia in cui i poteri dello Stato entrano in rotta di collisione. E non importa quanto gli attori abbiano studiato la parte, potrebbero esserne protagonisti perfino involontariamente. Il documento diffuso dall’Anm, proprio alla vigilia della ripresa dei lavori in Parlamento, dice che non basta cambiare la riforma della giustizia nei quattro punti elencati dal Presidente Ciampi perché ci sono «altri aspetti» che rendono incostituzionale l’intero impianto della legge. L’Anm cerca di dettare l’agenda al Parlamento, rafforza le sue tesi facendo riferimento alle posizioni dell’Associazione italiana costituzionalisti e ricorda di «aver più volte sottolineato che molte disposizioni del ddl si ponevano in contrasto con quei principi così da far configurare una “incostituzionalità †di impianto, come fu rilevato da autorevoli giuristi nel corso del Congresso straordinario di Napoli e nello stesso Congresso della Associazione tenuto a Padova nell’ottobre scorso». Il documento è un mix di dottrina giuridica, politica e velati messaggi verso chi deve decidere: il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Nell’ombra si nasconde una sottile strategia di pressing sul Quirinale e i suo consiglieri giuridici. E una importante chiave di lettura delle mosse del sindacato dei magistrati ci viene offerta dal presidente emerito della Consulta Leopoldo Elia, senatore e presidente del Ppi nella precedente legislatura, un centrista in passato mite ed equilibrato, oggi stranamente più vicino alla sinistra, battagliero e schierato, senza se e senza ma, contro ogni riforma della Costituzione che venga dalla maggioranza. Una mutazione dell’uomo tanto grande al punto che Elia riesce a fare un ragionamento dirompente, fino a piegare l’articolo 74 della Costituzione («Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata») e sostenere che Ciampi può e forse deve rinviare la riforma della giustizia una seconda volta. Il secondo comma diventa una fastidiosa appendice. Cancellato. Secondo Elia senza modifiche sostanziali, «non sarà possibile promulgarla tranquillamente, come si beve un bicchiere d’acqua». Se il Presidente decidesse di firmare la riforma «si troverebbe in un «conflitto di doveri: il dovere di promulgare e quello di non collaborare alla violazione di un principio della Costituzione». Il suggerimento di Elia a Ciampi è: non firmare oppure sollevare «un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale nei confronti del Parlamento perché è in gioco la violazione di un principio supremo». Elia non spiega questa tesi in un luogo qualsiasi, ma in un dibattito organizzato da quella Anm che, quattro giorni dopo, produce un documento dove guardacaso si parla di una legge dall’impianto interamente incostituzionale.Se la carta canta, la strategia dell’Anm è chiaramente bifronte e la lingua che parla biforcuta: se a destra organizza un ciclo di incontri con le forze politiche del governo per dare l’impressione di essere disponibile al dialogo (cercando sponda con i centristi dell’Udc e, in particolare, con il sottosegretario alla giustizia Luigi Vietti che ancora ieri parlava con singolare ottimismo di «clima positivo»), a sinistra gioca una partita diversa mettendo a punto una strategia in cui esercita al massimo livello il pressing sul Quirinale con l’aiuto dell’opposizione e dei giuristi culturalmente più vicini alle posizioni del centrosinistra.Le pressioni del partito dei giudici sul Quirinale rimbalzano e si irradiano anche sull’edificio che gli sta di fronte: il palazzo della Consulta. La Corte costituzionale, infatti, in questo scenario avrà un ruolo decisivo: se Ciampi firma la riforma della giustizia, dovrà dire l’ultima parola sulla legge; se Ciampi non firma dovrà sciogliere l’inevitabile conflitto tra i poteri dello Stato. Il presidente uscente della Consulta Valerio Onida (scade il 30 gennaio) non ha nascosto i suoi orientamenti — perfettamente in linea con le critiche della magistratura associata -, ha perfino lanciato l’allarme sull’aumento dei conflitti tra poteri, ma il suo successore potrebbe trovarsi a gestire uno scenario assolutamente nuovo. Ecco perché è fondamentale che alla presidenza e nel plenum della Consulta siano chiamati giuristi di alto livello. Ecco perché le prossime votazioni delle Camere unite per la nomina dei successori di Onida e Carlo Mezzanotte, sono cruciali, un appuntamento al quale non ci si può più presentare in ritardo. Mercoledì prossimo, 26 gennaio, sarà infatti l’ultima data utile per integrare il plenum prima della scadenza del mandato. In caso di fumata nera (probabile) la Consulta andrà avanti senza presidente e con un giudice in meno fino al 10 marzo, ma dopo quella data — anche se il Parlamento non ha fatto le nomine — il nuovo presidente sarà votato tra i giudici presenti. Il calendario istituzionale ha dunque la sua importanza e se il Parlamento non vuole vedersi ridurre ancora la sua potestà di fare le leggi, forse è il caso che quelle nomine vengano fatte subito. Urgono candidati autorevoli, attenti all’invadenza delle oligarchie irresponsabili, persone sagge che hanno a cuore gli equilibri tra i poteri.